venerdì 13 gennaio 2012

Sempre più razzismo in Israele

[1] http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/supreme-court-thrusts-israel-down-the-slope-of-apartheid-1.407056

L'articolo [1] dice: "La Corte Suprema spinge Israele giù per la china dell'Apartheid".

L'oggetto è una sentenza di mercoledì scorso, in cui la Corte Suprema d'Israele ha dichiarato costituzionale una legge promulgata nel 2002 in cui si vietava il ricongiungimento familiare nel caso in cui uno dei coniugi fosse israeliano e l'altro palestinese.

La cosa più curiosa è che nel 2006 la medesima Corte aveva sostenuto che la legge era incostituzionale, ma giustificata dalla situazione in cui si trovava Israele - era una legge eccezionale, insomma, giustificata solo dalla gravità del momento.

Ora però la situazione è molto più tranquilla, eppure la legge è ritenuta costituzionale.

L'articolo elenca e riassume le opinioni di alcuni giudici:

- Asher Grunis: "I diritti umani non sono la ricetta per il suicidio di una nazione". Ma a che serve un paese che nega i diritti umani?

- Elyakim Rubinstein: "Un piccolo gruppo - quegli uomini e quelle donne della minoranza araba israeliana che vogliono sposare dei residenti della regione - devono pagare un alto prezzo per la maggiore sicurezza di tutti gli israeliani, compresa la loro". E se io fossi un giudice costituzionale che scrivesse papale papale che il 5-10% delle persone che vuole per sé il matrimonio arcobaleno deve invece sacrificarsi perché sposando persone dell'altro sesso e generando con esse dei figli migliora lo stato dei conti dell'INPS, con i quali si paga anche la loro pensione, che direste di me? Che io voglio una società che schiavizzi la persona anziché mettersi al suo servizio!

- Grunis: dice di non essere uno che dà "l'interpretazione più estensiva ed inclusiva dei diritti costituzionali menzionati nella Legge Fondamentale sulla Dignità Umana e sulla Libertà".

- Miriam Naor dice che il diritto costituzionale alla vita familiare significa tutto, ma formare una famiglia con un coniuge straniero in Israele non deve ricevere protezione costituzionale. In un altro paese una persona che dice queste cose non diventerebbe nemmeno maestra d'asilo.

I giudici che si sono opposti hanno detto che la soluzione è quella di indagare sui coniugi stranieri che chiedono il ricongiungimento familiare, in modo da accertare caso per caso se sono effettivamente pericolosi.

Chiedetevi un po' se vale la pena ascoltare i "pinkwashers".

Raffaele Ladu

giovedì 12 gennaio 2012

Complimenti a Tel Aviv-Yafo!

[1] http://www.haaretz.com/print-edition/news/tel-aviv-declared-world-s-best-gay-travel-destination-by-gaycities-com-1.406825

[2] http://viaggi.repubblica.it/articolo/turismo-gay-tel-aviv-al-top/225083

E' stata dichiarata la miglior destinazione per il turismo gay [1]. Congratulazioni!

Non esagerate però la portata del successo: lo stesso articolo [2], che ci prova, deve ammettere che è Seattle la città in cui è meglio vivere per le persone LGBT.

E dire che la comunità LGBT israeliana è la più libera al mondo è, nel migliore dei casi, "dolus bonus", cioè un'esagerazione pubblicitaria.

Raffaele Ladu

La nuova legge israeliana sulle "infiltrazioni"


[1] http://www.haaretz.com/print-edition/news/knesset-passes-bill-that-could-put-asylum-seekers-in-jail-without-trial-1.406351

[2] http://www.ameinu.net/newsalert.php?newsalertid=69

Nel 1954 lo Stato d'Israele promulgò la "Legge per la prevenzione delle infiltrazioni", che doveva stroncare il fenomeno per cui il governo egiziano guidato da Gamal Abdel Nasser inviava dei "feddayin = coloro che si sacrificano" a compiere attentati in Israele - e per giunta passando attraverso la Giordania, con il risultato che il governo israeliano, al momento di compiere le rappresaglie contro queste aggressioni, attaccava proprio la Giordania e non l'Egitto. Complimenti alla solidarietà panaraba!

L'articolo [1] dice che la Knesset, il parlamento israeliano, ha inasprito questa legge facendone una legge contro coloro che entrano clandestinamente in Israele, anche allo scopo di chiedere asilo, e senza compromettere la sicurezza del paese.

La legge non solo stabilisce che il migrante irregolare possa essere detenuto tre anni senza processo (in Italia il tempo massimo di permanenza nei CIE è di 18 mesi, per direttiva UE), ma che il migrante proveniente da paesi in guerra con Israele (tecnicamente, il Sudan lo è ancora), possa restarvi vita natural durante.

Considerato che molti migranti irregolari in Israele sono sudanesi sfuggiti alle violenze dei janjawid nel Darfour, al danno si aggiunge la beffa - una beffa molto simile a quella patita dagli ebrei tedeschi sfuggiti al Fuehrer e riparati in Gran Bretagna, che furono internati in quanto cittadini di paese nemico.

Non solo: la legge prevede che tutti i migranti irregolari vengano arrestati per un minimo di tre anni (il massimo è  tutta la vita) qualora commettano un reato anche minuscolo come rubare una bicicletta o scrivere su un muro - per il quale nessun israeliano o persona regolarmente presente verrebbe arrestato.

Il Ministero della Giustizia voleva che inoltre gli israeliani che assistono migranti irregolari o lavoratori clandestini venissero condannati ad una pena tra i 5 ed i 15 anni - la Knesset ha limitato la portata del provvedimento ai casi in cui i migranti vengano trovati in possesso di un'arma (anche un coltello?), trafficano in donne, oppure l'aiuto non è strettamente umanitario.

Tra parentesi, mentre finora si presumeva fino a prova contraria che l'israeliano fosse ignaro che la persona che generosamente aiutava era un irregolare, ora l'onere della prova è invertito: l'israeliano deve dimostrare di essere stato ignaro di ciò.

Per quanto riguarda l'onere della prova, due cose vanno dette: la prima è che non si può pretendere che ogni persona chieda i documenti ai suoi nuovi amici - e ci sono situazioni (come i rapporti gay occasionali nei luoghi di battuage) in cui una cosa del genere è assolutamente improponibile.

Inoltre, molte persone "irregolari" sono semplicemente persone che sono arrivate con un visto regolare, ma non se ne sono andate quando è scaduto: lo straniero che lunedì era regolare sabato può essere diventato irregolare, e continuare a tenerlo in casa può costare la prigione - a meno che, ovviamente, questi non sia ebreo, nel qual caso può avvalersi della Legge del Ritorno :-)

L'Arcigay di Verona aiuta i migranti che, grazie alla legge italiana, possono chiedere asilo perché perseguitati a causa del loro orientamento sessuale ed identità di genere; una legge del genere in Israele non c'è, perché un ebreo può stabilirsi in Israele ad nutum, e dei non ebrei non importa nulla all'attuale governo israeliano; la lesbica od il gay od il/la trans perseguitati che non sono ebrei possono chiedere asilo in Italia, ma non in Israele.

Lo scopo della legge non è tanto la sicurezza, ma proteggere la composizione etnica d'Israele; questo scopo ed il modo con cui lo si vuol perseguire ha suscitato feroci polemiche, inasprite dal fatto che il paese è firmatario di molte convenzioni sui diritti umani che la legge viola, e [2] è il comunicato stampa di una delle associazioni che le si oppone.

Raffaele Ladu

Tel Aviv Prima meta di turismo gay


Turismo gay. Tel Aviv al top
di Marco Pasqua - Da Repubblica Viaggi

Il sondaggio "Best of" lanciato sul web. La città israeliana surclassa Toronto e altre 50 mete. "In Israele comunità omosessuale libera come in nessun'altro Paese al mondo

Clicca sulla foto per ingrandire

Tel Aviv capitale mondiale del turismo gay, soffia lo scettro di "metropoli Glbt-friendly" a città come New York e San Francisco, tradizionalmente considerate tra le mete preferite dai turisti omosessuali. Il riconoscimento è arrivato attraverso la community virtuale americana di "GayCities", un sito attraverso il quale i viaggiatori condividono esperienze e consigli sulle loro vacanze. Lanciato nelle settimane passate, il sondaggio Best of Gay Cities 2011 ha registrato la partecipazione di decine di migliaia di internauti. 


In tutto nove categorie, con cinquanta città candidate, da Toronto a Santiago (passando per Roma). L'Italia non si è aggiudicata nessun premio. Quello più ambito, relativo alla "città dell'anno" rainbow, è andato a Tel Aviv, che ha raccolto il 43% dei consensi, distanziando di larga misura New York (14%). A seguire: Toronto, San Paolo, Madrid, Londra, New Orleans e, ultima, con il 4% di voti, Città del Messico. Tel Aviv viene definita dal sito come la "città che non riposa mai" - con le sue celebri feste in spiaggia - quella in cui "la comunità omosessuale, grazie anche alla tradizione democratica di Israele, gode di libertà politiche come in nessun altro Paese del Medio Oriente". 

Un riconoscimento che è stato comprensibilmente accolto con soddisfazione dalle autorità israeliane, in particolare da quelle della città di Tel Aviv, da tempo impegnate in un'attenta e meticolosa opera di promozione presso le comunità omosessuali di tutto il mondo. Campagne di stampa, sui social network, e persino appelli ai gay israeliani a trasformarsi in "ambasciatori" del loro Paese all'estero. Anno dopo anno, Israele ha puntato sull'inclusione, in un contesto, quello medio-orientale, contraddistinto da un atteggiamento di chiusura e condanna dell'omosessualità.


Nel 2007, ad esempio, il ministro del Turismo israeliano ha lanciato una campagna per attirare visitatori gay, servendosi di una foto che ritraeva due giovani ragazzi con la kippah, che si guardavano teneramente sullo sfondo di Gerusalemme. Pubblicità di Stato per difendere inclusione e tolleranza nei confronti di tutti i cittadini, israeliani e non, indipendentemente dall'orientamento sessuale. Due anni fa, l'ente del turismo ha investito oltre 80mila dollari per promuovere e veicolare l'immagine di una città gay-friendly, attraverso la campagna "Tel Aviv Gay Vibe". 


Sei mesi di messaggi diffusi attraverso i media e internet (con tanto di sito web dedicato). Più recentemente, il ministero israeliano per la diplomazia pubblica e per la diaspora ha anche nominato vari uomini e donne omosessuali come "volontari" incaricati di rappresentare il Paese nel mondo. Sul proprio sito web, il ministero ha incoraggiato le minoranze e i membri della comunità gay a farsi avanti per entrare a far parte degli inviati non ufficiali del Paese. Per il portavoce, Gal Ilan, un modo per "sottolineare le diversità che contraddistinguono Israele". Normale che la notizia del premio assegnato dal sito americano venga vista come un riconoscimento al lavoro svolto finora. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha salutato con entusiasmo il riconoscimento, su Facebook: "La vittoria in questa gara è una ulteriore dimostrazione che la nostra è una città che rispetta tutte le persone e offre a tutti la possibilità di vivere secondo i loro valori e desideri. Questa è una città libera, in cui ognuno può sentirsi fiero per ciò che è".


I dati sulle ultime affluenze di turisti gay parlano chiaro: all'ultimo Gay Pride, a giugno, a Tel Aviv hanno preso parte 5mila turisti, il 25% in più dell'anno precedente. Shai Doitsh, brand manager della campagna "Tel Aviv Gay Vibe", parlando con un sito israeliano, ha detto che "la crescita del turismo omosessuale non ha interessato solo il periodo estivo, ma è proseguita anche negli scorsi mesi, fino a Natale e Capodanno". "I turisti gay che vengono da noi - ha commentato Yaniv Waizman, assessore e consigliere del sindaco di Tel Aviv sulle tematiche Glbt - sono i migliori ambasciatori che il Paese possa avere". "Il loro entusiasmo nei confronti della città e dei suoi residenti", ha detto Waizman parlando con i media israeliani, "ci aiuterà nel far diventare Tel Aviv una delle principali destinazioni per i turisti omosessuali". Cauto il giudizio di Hagai El-Ad, direttore dell'Association for Civil Rights (ACRI): "L'accettazione delle persone Glbt in Israele - ha detto parlando con il Jerusalem Post - varia molto in funzione della geografia. Diverse zone di Tel Aviv sono molto gay friendly, ma questo non significa che in altre parti della città o del Paese le cose non vadano in modo diverso". 


Recentemente, il New York Times ha dato voce alla tesi secondo la quale i diritti degli omosessuali possono essere usati per nascondere, ad esempio, la violazione dei diritti dei palestinesi (una sorta di "pinkwashing", una campagna di marketing, per "lavare le macchie di Israele"). Quel che è certo - come sostiene da sempre la Anti Defamation League, il gruppo di pressione che si batte contro le discriminazioni di ebrei e non solo - è che Israele, dal punto di vista del riconoscimento dei diritti delle persone gay, può ritenersi un'isola felice, circondata da Paesi in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso vengono condannati e dove le persone Glbt rischiano anche di pagare con la vita il loro diverso orientamento sessuale. Come ricorda Arcigay, in Medio Oriente, "sono innumerevoli le esecuzioni sommarie in danno di omosessuali".

Quanto al sondaggio promosso dal sito Gaycities, oltre alla categoria di città dell'anno, gli internauti sono stati chiamati ad esprimersi in otto altre categorie. I nominati sono stati selezionati sulla base dei voti e delle recensioni scritte dai viaggiatori, su spiagge e servizi, cibo e qualità della vita. Le mecche americane dei gay, New York e San Francisco, sono state premiate, rispettivamente, per la migliore vita notturna e per il miglior Pride. Città con il miglior cibo è Parigi, mentre per le migliori spiagge bisogna andare a Sydney; città ideale in cui stabilirsi Seattle; la più promettente è, invece, l'americana Buffalo; i migliori resort si trovano a Provincetown. Unica città italiana in classifica, peraltro con un risultato modesto, è Roma: non nella categoria del cibo, bensì in quell'abbigliamento, in cui si è piazzata al terzo posto, davanti a Parigi e Tokyo (ma dietro a New York e Londra). 

mercoledì 11 gennaio 2012

AIDS in Israele




L'articolo [1] comincia elencando le discriminazioni contro le persone sieropositive in Israele, di cui una particolarmente odiosa è questa: in Israele nessuna compagnia vuole stipulare assicurazioni sulla vita di persone HIV+; e poiché le banche israeliane esigono a garanzia dei mutui un'assicurazione sulla vita (idea di per sé giusta), finisce che le persone HIV+ in Israele non possono ricevere mutui.

Posso garantirvi che in Italia non è così: l'agenzia veronese di una primaria compagnia d'assicurazioni (famosa in Europa da quasi due secoli) ha stipulato con l'Arcigay di Verona una convenzione che consente alle persone HIV+ di stipulare un'assicurazione sulla vita.

L'assicurat* paga ovviamente un premio maggiorato - ma questo gli/le accadrebbe anche se avesse un'altra malattia cronica come il diabete; e non è che la compagnia abbia fatto uno strappo alla regola: semplicemente ha individuato un'opportunità di mercato ed ha incaricato i suoi attuari di ricalcolare i premi, statistiche mediche alla mano, immagino, che provano che assicurare la vita di una persona HIV+ è sostenibile e magari pure remunerativo.

Posso aggiungere che l'agente di assicurazioni che ha stipulato la convenzione si è comportato in maniera professionale ed encomiabile, venendo a visitare i potenziali clienti nella nostra sede, e senza farli sentire diversi - per lui erano clienti con un'esigenza particolare, ma di clienti con esigenze particolari che esigono premi personalizzati le assicurazioni sono piene.

Lo dico non per fare pubblicità alla compagnia od all'Arcigay (immagino che molte compagnie di assicurazione abbiano la medesima politica, e molte altre associazioni LGBT ne abbiano tratto profitto), ma per dimostrare che in Italia non ci si comporta nel modo due volte criminale in cui ci si comporta altrove - prima stigmatizzando e discriminando le persone LGBT, e poi cercando di convincerle a dichiarare che quel paese è per loro un paradiso.

Tra le conseguenze dello stigma non ci sono solo quelle indicate in [2] (un articolo continuamente aggiornato), ma anche il fatto che la sieropositività di molti bambini israeliani viene tenuta accuratamente nascosta agli stessi bimbi - non si farebbe la stessa cosa con un tumore od una malattia genetica, a dimostrazione dello stigma che persiste contro le persone HIV+, e contro i loro figli.

L'articolo dice che se molte persone famose si offrissero come testimonial per la lotta all'HIV/AIDS, la situazione potrebbe migliorare, ed è contento di vedere che anche i VIP israeliani stanno cominciando a farlo.

In Italia ci si potrebbe lamentare della stessa cosa - ovvero che non sono poi tanti i VIP che si offrono come testimonial contro l'AIDS; quelli che lo fanno si possono vedere in [3].

Raffaele Ladu

martedì 10 gennaio 2012

Due articoli sul "pinkwashing"



[1] riporta una notizia alquanto bislacca: Yuli Edelstein è il ministro israeliano alla propaganda, all'apologetica [advocacy] ed alle pubbliche relazioni internazionali.

Non sarebbe nulla di particolarmente strano (perlomeno Yuli Edelstein non ha il cattivo gusto di Sandro Bondi nel lodare il suo datore di lavoro - Netanyahu o Berlusconi), se non fosse che Edelstein chiede alle minoranze etniche e sessuali d'Israele di candidarsi per fare lavoro di sostegno propagandistico all'estero.

Niente di strano fin qui: il miglior "testimone" di un prodotto è l'utente soddisfatto che ne parla con gli amici, e chi ha bisogno di "testimoni" fa bene a cercare dei "volontari".

Purtroppo, Edelstein cerca l'aiuto dei medesimi arabi israeliani che ha pubblicamente definito "gente spregevole"; e per quanto riguarda le minoranze sessuali, va spiegato che qualche mese fa il partito di Edelstein, Yisrael Beiteinu = Israele è casa nostra, aveva fatto passare una legge che concedeva una sorta di matrimonio civile alle coppie in cui nessuno dei due era ebreo.

E' una cosa che fa ridere i polli: in Italia il matrimonio civile esiste dal 1866, senza limitazioni di religione, e la soluzione israeliana è paradossalmente simile a quella della Spagna franchista, in cui il matrimonio civile era consentito soltanto alle coppie in cui nessuno dei due era cattolico.

Ciononostante, le sinistre avevano tentato l'arrembaggio, proponendo un emendamento che consentiva anche alle coppie lesbiche o gay di approfittare di questa legge, passando così dallo stato di coppie di fatto tutelate praticamente solo per via giurisprudenziale (da una serie di sentenze di una Corte Suprema più attiva e progressista di quella italiana) a coppie davvero sposate.

Edelstein ed il suo partito non hanno lasciato che fossero i partiti religiosi a fare il lavoro sporco da soli: hanno votato insieme con loro per affossare l'emendamento.

Edelstein, quando ha avuto l'occasione di fare qualcosa di utile per le persone LGBT, ha agito in modo contrario - ed ora vuole che queste persone parlino meravigliosamente di Israele.

E' chiaro che tutti gli oppositori del "pinkwashing" si sono buttati a pesce su questa contraddizione, ed è facilissimo per loro osservare che l'atteggiamento di Edelstein mostra che i diritti LGBT sono vissuti da buona parte dell'establishment israeliano come un "fare di necessità virtù", e che non mancano i politici che le persone LGBT le usano anziché rispettarle.

[2] è un articolo molto interessante ed equilibrato sui diritti LGBT e sul pinkwashing; la cosa più interessante però che dice è che non è vero che Israele concede asilo ai palestinesi LGBT perseguitati: Israele è uno stato etnico, molto riluttante a concedere asilo a non ebrei.

Gli attivisti per i diritti umani che cercano di aiutare i palestinesi LGBT non possono fare altro che farli uscire dalla Palestina - e da Israele.

Ciao, RL

Non solo omofobi, ma anche misogini






Gli articoli [1] e [2] riportano la medesima notizia: l'organizzazione [3], che aiuta coppie israeliane a concepire, ha organizzato un congresso di ginecologi a cui erano state invitate anche le ginecologhe - ma a condizione che non aprissero bocca, perché i rabbini consultati dall'organizzazione avevano vietato alle donne di intervenire pubblicamente o di far parte delle commissioni.

Le gentili signore ed ottime dottoresse si sono scandalizzate ed hanno declinato l'invito a partecipare, in quanto trovano inconcepibile quella che il deputato israeliano Nitzan Horowitz ha chiamato "ginecologia senza donne".

A rendere le cose peggiori credo che sia stata una prescrizione della legge religiosa ebraica [4], che vieta assolutamente molti tipi di contatto fisico (non solo il rapporto sessuale) durante le mestruazioni; il divieto è biblico, ma è stato esteso da un'interpretazione rabbinica fino a comprendere i sette giorni successivi - cosa che condanna alcune donne alla sterilità (ed alla stigmatizzazione) perché i loro giorni fertili sono proprio in mezzo a quei sette.

Alcune donne lesbiche ebree si vantano di seguire codeste prescrizioni - è un modo di dichiararsi coppia con eguali diritti e doveri religiosi rispetto alle coppie etero.

E come si fa a rispettare questo divieto? Prima del rapporto la mogliettina deve infilarsi una pezzuola nella vagina, seguire le istruzioni di [4] e mostrare il risultato al maritino: se sullo straccio appaiono solo secrezioni, tutto ok; se compaiono delle macchie di sangue non piccole, occorre capire se si tratta di sangue mestruale, o comunque agente di impurità, oppure, banalmente, di sangue da ferita od abrasione, che non dispensa dal piacere e dal dovere di compiere l'atto sessuale (la prima cosa che Iddio comandò ad Adamo ed Eva fu: "Crescete e moltiplicatevi!"); nei casi dubbi, ci si rivolge ad un rabbino - ed il Talmud fa pensare che non siano pochi.

Qualche volta le intuizioni dei rabbini sono state confermate dalle successive scoperte mediche - ma in questo caso i ginecologi d'oggi non concordano (completamente) con la classificazione del sangue che si può trovare nei genitali femminili escogitata dai rabbini.

Quello che deve aver mandato in bestia le gentili signore è stato il veder ricrearsi una situazione in cui sono solo i maschietti a studiare e valutare l'anatomia, la fisiologia, la sessualità femminili - con le donne che sono oggetto anziché soggetto di un discorso che le riguarda in prima persona, trattate come proiezione delle fantasie maschili anziché come persone capaci di stabilire quello che sono.

Tra parentesi, mi sono già dovuto occupare di [3], come potete scoprire leggendo [5]: il rabbino che guida l'organizzazione è un omofobo che non capisce niente di psicologia (e non è da buon medico pensare che si possa cambiare volontariamente il proprio orientamento sessuale), e quest'ulteriore scandalo mostra in modo lampante che per lui la legge religiosa ebraica vale più della ricerca scientifica.

Dio salvi le sue pazienti!

Raffaele Ladu