giovedì 7 marzo 2013

Sami Michael sullo stato d'Israele






Vi traduco l’articolo [1]; Sami Michael [2] è uno scrittore israeliano tradotto anche in italiano, ed è il presidente di [3], cioè l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, ad onta della sua veneranda età (è nato a Baghdad nel 1926).

L’utilità dell’articolo non sta solo nella chiarezza che fa su alcune questioni israeliane, ma anche perché, mutatis mutandis, alcune delle dinamiche di esclusione qui descritte si trovano pure nel mondo LGBT.

(quote)

Sami Michael: ‘Israele – lo stato più razzista del mondo industrializzato’

Segue una traduzione del discorso tenuto dal grande scrittore israeliano Sami Michael ad una conferenza ad Haifa nel giugno 2012. E’ un ‘cri de coeur’ pieno di amore e dolore.

Nato e cresciuto in Iraq, Michael è stato un attivista politico e membro del Partito Comunista; quando fu emesso un mandato d’arresto contro di lui nel 1948, fuggì nel vicino Iran. Non potendo tornare in Iraq, immigrò in Israele nel 1949. Dopo aver lavorato come ingegnere e giornalista per il giornale arabo pubblicato ad Haifa Al-Itihad [4], è diventato un romanziere acclamato che è stato proposto per il Nobel per la letteratura. E’ tuttora un attivista per i diritti umani ed oggi è il presidente dell’ACRI [3] – l’Associazione per i Diritti Civili in Israele.

E’ da molti anni che Michael si descrive non come un sionista, ma come un patriota israeliano. Si definisce orgogliosamente come un ebreo arabo ed un irakeno.

In questo controverso discorso il mese scorso, egli disse di essere troppo vecchio per emigrare, ma invidiava coloro che potevano. Anche se insiste che è ancora un cittadino patriottico, non sente più Israele come la sua patria spirituale: ha voltato le spalle ai “valori umanistici ed ai diritti dell’umanità”. Il razzismo, il fanatismo religioso e l’occupazione stanno distruggendo lo stato, egli dice. Rischiamo di perderlo del tutto.

Io [Lisa Goldman, la traduttrice dall’ebraico all’inglese – vedi link #5] ho incontrato per la prima volta Michael nel suo appartamento di Haifa nell’estate del 2006, in quella che Israele chiama la Seconda Guerra del Libano, ed il Libano la Guerra di Luglio, quando ho accompagnato un giornalista europeo a cui dovevo fare da interprete. L’intervista fu interrotta un paio di volte dalla sirena che annunciava missili in arrivo. Nel mio blog post sull’incontro inserii un breve clip con Michael che parlava in arabo. Rivedendolo, sento che sei anni sono un periodo molto lungo. Una vita intera. E’ strano a dirsi di un incontro che è avvenuto durante una guerra, ma penso che egli fosse più ottimista allora. Io certo lo ero.

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Sami Michael nel suo appartamento di Haifa, Luglio 2006 (foto: Lisa Goldman)

Israele è lo stato più razzista del mondo industrializzato.
Di Sami Michael

Sono nato nel 1926, e provengo da una generazione che sta gradualmente svanendo. Pochissimi ricordano la caduta ed il catastrofico collasso del secondo impero del mondo. La Francia, la grande potenza mondiale che aveva costruito la Linea Maginot, la linea di difesa meglio progettata della storia, che aveva a sua disposizione un possente esercito, aviazione e marina, fu annichilita in sole tre settimane davanti ai nostri occhi stupefatti. Non fu soltanto uno choc, ma sin da allora il mio mondo è diventato più frammentato. Concetti come permanenza, una realtà che si fa capire da sola, ed una vita stabile sono stati espunti dal mio dizionario personale, eppure hanno acquisito un posto centrale nel sacro vocabolario israeliano, e fungono da Linea Maginot virtuale. Forse le cose che sto per dire sono aspre, ma per me sono il segnale d’allarme per i miei compatrioti, ed è per questo che ho deciso di dirle nella lingua madre dei miei figli e nipoti.

Israele è l’unico stato fondato dopo la Seconda Guerra Mondiale che sin dagli albori della sua esistenza è diventato una stupefacente storia di successo. Lo si potrebbe prendere a modello per le dozzine di paesi che sono emersi dalla soggezione coloniale e non hanno ancora realizzato i loro sogni. Come mai allora questo stesso Israele si trova, dopo solo alcuni decenni, all’esterno immerso in una disputa insolubile, ed all’interno fratturato fin quasi alla paralisi? Penso che la risposta sia nel fatto che Israele non ha mai avuto il coraggio di confrontarsi direttamente con tre problemi fondamentali che lo hanno accompagnato fin dal giorno della sua nascita: il posto d’Israele nel mondo arabo, le diseguaglianze sociali e razziali, e la divisione tra laici e religiosi.

La cultura dominante in Israele ha sempre volto I suoi occhi verso l’Occidente. Ma questo Occidente, come sempre, valuta l’esistenza d’Israele, così come degli altri paesi in termini di profitto economico e valore strategico. I coloni europei di Algeria, Zimbabwe e Sudafrica sono durati più a lungo dell’insediamento sionista in Israele. La presa che gli uomini bianchi avevano sul Sudafrica era diventata un’impressionante potenza, mq quando nel mondo cambiò l’ordine delle priorità, sembrò che il muro dell’appoggio occidentale fosse un’illusione passeggera, traditrice ed ingannevole. Lo stato d’Israele in verità è il prodotto della tradizionale intercessione ebraica. Quando i padri del sionismo in Europa raccoglievano simpatie per la fondazione di uno stato ebraico, loro usavano l’argomento che l’entità che sarebbe stata creata avrebbe spinto un’onda di cultura europea avanzata nel Medio Oriente. Quest’approccio ha messo le radici nella coscienza israeliana, ed anche oggi l’Europa è la Mecca spirituale per ampia parte dell’intelligencija israeliana, specialmente per gli scrittori che vengono considerati coloro che foggiano l’opinione pubblica. Secondo me, questo è uno dei profondi conflitti interni dell’idea sionista. L’ideologia sionista emerse sullo sfondo dell’antisemitismo europeo, eppure i padri del sionismo si offrirono di fare da agenti proprio di quella cultura che coltivava l’odio per gli ebrei. Trasuda perciò che coloro che mantengono quest’approccio vedono la nascita dell’antisemitismo, l’espulsione dalla Spagna, le atrocità della Germania nazista come se fossero avvenute in un altro pianeta, in una qualche epoca immaginaria.

Il risultato di questo continuo lavarsi il cervello è che l’Europa è considerata nelle menti di molti israeliani come un faro culturale ed una fonte di ispirazione per una società illuminata. Con orgoglio ci ritraiamo ai nostri occhi ed agli occhi dei nostri simpatizzanti in Euroa come la testa di ponte della cultura europea in un mondo arretrato ed ostile. Nella loro estrema ignoranza della storia, i padri del sionismo erano ignari degli orrori della conquista europea del mondo arabo, dal Golfo Persico all’Oceano Atlantico. Non credo che cercando di ingraziarci la cultura europea abbiamo ottenuto l’ammirazione dell’Europa, ma abbiamo certamente acquisito l’aspro odio dei popoli arabi, sia come agenti di un pericoloso nemico, sia come perpetuatori dell’occupazione ad opera del medesimo nemico. I popoli arabi hanno pagato un prezzo pesantissimo per eliminare l’occupazione europea. La loro lotta è costata loro molte vittime, ma hanno formalmente ottenuto l’indipendenza. Perciò possono perdonare i torti del passato causati dalla conquista europea, ma finché esiste Israele loro non possono dichiarare di aver definitivamente sconfitto l’occupazione europea.

Lo Stato d’Israele, dal giorno in cui è stato fondato, ha dimostrato quanto sono fondati e logici i sospetti che hanno gli arabi verso di noi, dall’identificazione di Israele negli anni ’50 con i peccati dei francesi in Algeria, passando per la partecipazione di Israele all’attacco di Gran Bretagna e Francia nel 1956 contro l’Egitto che aveva nazionalizzato il Canale di Sues, terminando con il nostro attivo entusiasmo per la conquista dell’Iraq, per non parlare della nostra diretta conquista e colonizzazione di Gaza e Cisgiordania. Israele, una piccola isola, è divenuta in marchio d’infamia sull’orgogliosa fronte dei popoli arabi. I medesimi popoli arabi che hanno cancellato qualsiasi elemento straniero che aveva tentato di acquisire un territorio nella regione, e che hanno sconfitto i mongoli, i crociati e l’occupazione europea.

Lo sfondo storico della regione e l’attuale situazione di Israele come isola solitaria suscitano ansia in cuore e pensieri pessimistici. Parlerò dei problemi più significativi, quelli che mi tengono sveglio.

Il razzismo

Il razzismo e le profonde diseguaglianze sociali sono dei problemi seri che esistono in Israele fin dai suoi primi giorni. Herzl, il visionario che concepì lo stato, crebbe in Austria e divenne una grande personalità mondiale. Da giornalista entrò in contatto con diverse culture. Di contro, coloro che hanno realizzato la sua visione erano influenzati soprattutto da una mentalità da ghetto est-europeo. Gli ebrei dell’Europa orientale erano in gran parte concentrati su se stessi, e soffrivano di oppressione, isolamento e pogrom. Forse per questo l’ebreo vedeva il suo vicino e coloro che erano diversi da lui come una fonte di pericolo. Diversamente dal linguaggio parlato dagli ebrei dei paesi arabi ed islamici, il linguaggio degli ebrei est-europei era completamente diverso da quello parlato nella società circostante. Lo yiddish era la forma accettata di comunicazione tra le varie comunità esiliate dell’Europa orientale. Inoltre, gli ebrei lì non sapevano granché dell’oriente arabo e degli ebrei arabi. Ma gli ebrei dei paesi arabi erano aperti alla cultura araba nella sua epoca d’oro così come durante il suo declino, da una fiorente Andalusia ed il glorioso impero abbasside fino ai secoli bui sotto il dominio ottomano. Non c’erano contatti tra gli ebrei del ghetto e gli ebrei dei paesi arabi. Per l’abitante del ghetto, l’ebreo parlava la Mame-Loshen, lo yiddish. D’altro canto, l’ebreo arabo godeva di libertà di movimento, e sapeva che c’erano altri ebrei al mondo che erano diversi da lui per lingua e costumi, anche se non conosceva gli isolati ebrei del ghetto.

L’incontro tra gli ebrei dei paesi arabi e quelli dell’Europa orientale avvenne nella Terra d’Israele, e fu traumatico e pieno di sospetto. Gli ebrei dell’Europa orientale furono i primi a stabilirsi in Palestina e lasciarono la loro impronta sul carattere spirituale, culturale e politico del nuovo stato, anche se erano in numero limitato quando il paese fu fondato. Sono arrivato in Israele nel 1949, ed il numero di carta d’identità [in Israele non cambia ad ogni rinnovo del supporto, ma rimane uguale per tutta la vita del titolare, come il codice fiscale italiano e la matricola previdenziale americana – nota di Raffaele Ladu] che mi fu attribuito era 733440, il che vuol dire che lo stato aveva meno di tre quarti di milione di ebrei all’epoca. Ci si era aspettati che dopo l’Olocausto e la fondazione dello stato, sarebbero arrivate grandi ondate di immigrati proprio da quegli ebrei che avevano sofferto gli abominevoli crimini d’Europa. La disillusione fu amara tra i veterani del ‘Vecchio Yishuv’ (gli ebrei che risiedevano in Palestina prima del 1948). Gli ebrei europei non bussarono alle porte dello stato ebraico. Allo stesso tempo, nel 1948, un’ondata di repressioni colpì gli ebrei dei paesi arabi come rappresaglia per la sconfitta dei loro eserciti. Fino ad allora gli ebrei avevano goduto di una presenza impressionante e fiorente. Approfittavano dei loro contatti con il mondo esterno ed arricchivano i loro paesi arabi sul piano economico e culturale. Si concentravano nella città più grandi e pertanto avevano un’influenza soverchiante in paesi che erano soprattutto agricoli. Per esempio, più del 20% dei residenti della capitale irakena, Baghdad, erano ebrei. Questa era un’evenienza rara al mondo. Ma dopo che fu dichiarata la fondazione dello Stato d’Israele, l’esistenza degli ebrei in Iraq, come in altri paesi arabi, divenne impossibile. Praticamente tutti gli ebrei in quei paesi affluirono da profughi nel nuovo stato. Agli occhi del ‘Vecchio Yishuv’, questi ebrei non erano molto diversi dal nemico arabo sconfitto. Parlavano la sua lingua, avevano adottato i suoi costumi, avevano la pelle scura come loro, e davano pure nomi arabi ai loro figli. Il ‘Vecchio Yishuv’ li vedeva come primitivi ed inferiori, simili al nemico che avevano sconfitto sul campo di battaglia. Lo choc fu tremendo. Un leader del ‘Vecchio Yishuv’ espresse la sua frustrazione dicendo: ‘Lo stato fu fondato per un popolo, ed un altro è venuto ad abitarci’.

Nemmeno adesso, più di sessant’anni dopo la fondazione dello stato d’Israele, è stata saldata questa frattura. Mentalmente, prende la forma del razzismo, e socialmente si esprime come disuguaglianza di status. Curiosamente, questi due gruppi di popolazioni, tanto diversi l’uno all’altro da essere come due estranei, hanno attentamente preservato questa frattura. I sinistresi da salotto – ed in Israele, va detto, i sinistresi non hanno mai lasciato il salotto – hanno ripudiato gli ebrei orientali come vile ‘materia prima’, o, nel gergo comunista dell’epoca, come ‘lumpen-proletariat’. Questo sebbene gli immigranti dall’Egitto, dal Libano e dalla Bulgaria, e specialmente dall’Iraq, avessero portato dai paesi d’origine un impressionante curriculum comunista. L’establishment comunista d’Israele ha trattato questi immigrati con grande arroganza. All’inizio degli anni ’50 c’erano campi di immigrati in cui il 20% di chi ci abitava votava per il Partito Comunista alla Knesset. Nessuno di loro è stato promosso ad un ruolo di valore nel partito. Il Comitato Centrale del Partito Comunista era ed è tuttora più ‘esente’ da ebrei mizrahi di ogni altra istituzione dello stato. Il sospetto e l’arroganza verso le comunità mizrahi è stata una solida impenetrabile barriera nel Partito Comunista.

Il razzismo è tralignato in molte altre sfere, ed ha vergognosamente accresciuto le disuguaglianze sociali. Anche adesso, in gran parte delle istituzioni statali importanti, e specialmente in quelle accademiche e culturali, assistiamo ad una sottorappresentazione di coloro che vengono dai paesi arabi. La sinistra israeliana ha adottato questo approccio e continua la sua politica razzista, che equivale ad un suicidio politico simbolico, e la rende un culto elitario insignificante nella società israeliana. L’altra roccaforte del razzismo è la comunità ebraica ultraortodossa in Israele.

Perciò, se la sinistra israeliana mostra il suo razzismo con circospezione ed usa tattiche di diniego per nasconderlo, il blocco haredi (ultraortodosso) ashkenazita mostra la sua versione del razzismo in modo aperto e sfrontato. Agli occhi degli Haredim, gli ebrei mizrahi non sono che un pericolo esistenziale per loro. L’ebraismo mizrahi non è estremista nella sua fede. La sua pratica religiosa si è sviluppata nel contesto dell’Islam con un carattere pragmatico, ed ha creato un’ampia rete di legami culturali ed economici con l’establishment politico islamico. Non c’era in Oriente la feroce concorrenza tra gli autorevoli admorim (capi religiosi) e le sette estremiste rivali. In Iraq, Siria, Libano ed Egitto, l’establishment religioso ebraico mostrava tolleranza verso coloro che predicavano il cambiamento ed il progresso nella comunità ebraica.

Inoltre, quest’establishment non si era fossilizzato, ma aveva promulgato delle regole halachiche (di diritto religioso ebraico) che riflettevano i cambiamenti nel tempo, nel luogo, e nuove condizioni di vita. Gli Haredim ashkenaziti vedevano questo come una minaccia alla loro esistenza e pertanto trattarono i pragmatici ebrei mizrahi come proscritti ed impuri. Per generazioni avevano adottato una fede violenta, settaria ed aggressiva, e dalle loro fortezze isolazioniste loro puntavano i loro dardi razzisti verso le comunità mizrahi senza ritegno né vergogna. Anche gli ebrei mizrahi che avevano abbandonato le loro tradizioni pragmatiche per unirsi agli ultraortodossi ashkenaziti ed adottare i loro codici rigorosi furono tenuti in isolamento razzista all’interno delle loro riserve in Israele. Due anni fa sono stato costretto a condurre una dimostrazione di una sola persona a Tel Aviv contro l’orribile manifestazione di razzismo nella scuola Emmanuel, dove era stata posta una barriera nel cortile della scuola per prevenire i contatti tra le ‘pure’ ragazze ashkenazite e le ‘impure’ ragazze mizrahi. La medesima scuola imponeva di indossare un’uniforme, ma il colore scelto per le alunne ashkenazite era diverso da quello delle alunne mizrahi.

Mentre andavo a scuola a Baghdad, nei giorni in cui la Germania nazista era al potere, vidi dei graffiti sui muri: “L’ebreo è di razza inferiore” e “Hitler sta distruggendo i germi”. Questi slogan erano arrivati in Iraq direttamente da Berlino. Dopo settant’anni, queste parole continuano a passare sulla mia anima come un erpice. Secondo la dottrina razzista ultraortodossa qui in Israele, i miei figli e nipoti, che hanno un retaggio misto iracheno-russo-francese-polacco-olandese, devono anch’essi stare dietro la barriera, insieme con centinaia di migliaia di altri fanciulli. Non nego che questa strana barriera ha invaso i miei incubi. Ho dedicato la mia gioventù ad una guerra contro le influenze del razzismo europeo e specialmente del razzismo basato su religione, colore ed origine. Un terzo del mio popolo è perito per questo. Nella distante Baghdad i miei amici – sia ebrei che non ebrei – ed alcuni di loro molto amati, hanno pagato con le loro vite la lotta contro questo maledetto razzismo.

Com’è stato possible che abbiamo portato qui nelle nostre case questa malattia razzista? Quanto è orribile scoprire che un popolo che ha pagato un terribile prezzo di sangue nel secolo scorso perché una barriera razzista è stata disegnata attorno a loro ha consentito la costruzione di una tanto spregevole barriera nella sua patria?

Noi sappiamo molto bene quando e dove è avvenuto quest’abominio. Ricordiamo bene che prezzo ha pagato il nostro popolo per le barriere e la separazione sulla base del colore. Secondo me questo è un sacrilegio che è avvenuto in una scuola ebraica che sostiene di insegnare la Sacra Torah. Se un qualsiasi altro paese avesse eretto una barriera tanto offensiva, noi, come ebrei, avremmo sonoramente protestato contro di essa. E qui in Israele la sinistra ha in gran parte taciuto. L’establishment al governo non ha alzato un dito. La Corte Suprema ha decretato che la barriera dev’essere rimossa. Ma coloro che hanno eretto la barriera hanno rumorosamente annunciato che avrebbero continuato la loro politica anche a costo di andare in galera.

Ora, con il crollo della finta sinistra in Israele e l’ascesa al potere della destra in generale, e della destra haredi in particolare, la divisione razzista è diventata un fatto pressoché accettabile. Il razzismo sta gradualmente prendendo piede nella società israeliana insieme con il rafforzamento politico della destra religiosa. Il razzismo è diretto contro gli ebrei dei paesi arabi ed islamici, gli immigranti dall’Etiopia e dalla Russia, i cittadini arabi d’Israele, i palestinesi dei Territori Occupati, i profughi ed i lavoratori migranti, i gay, e la lista continua. La cresente marea di razzismo continua a montare con l’incoraggiamento dei membri del governo e della Knesset, sia attraverso delle infami dichiarazioni pubbliche sia promulgando leggi draconiane ed antidemocratiche contro gli estranei, gli stranieri e le organizzazioni per i diritti umani. In ogni caso, Israele può essere orgoglioso di avere il dubbio onore di essere lo stato più razzista del mondo sviluppato.

Religione e Stato

L’individuo – o lo stato – che adottano un testo religioso come guida spirituale ed atto pubblico che conferisce diritti di proprietà non può rimanere laico a lungo. La trasformazione della forza elettorale in potere politico dell’ebraismo haredi, sia ashkenazita che mizrahi, la struttura socio-politica è diventata estremamente complicata. Il potere politico degli haredi, così come quello dei coloni, è emerso dalla serra del sionismo laico. Ben Gurion ha legittimato i partiti religiosi quando ha predicato ossessivamente sulla coscienza ebraica. Alla Bibbia fu data importanza centrale anche per gli insegnanti di letteratura. Nel corso degli anni, da un’elezione all’altra, il Likud ha accresciuto l’influenza dell’estremismo, dacché era disposto a pagare sempre di più per arrivare al governo. Gli haredim non poterono resistere alla grande tentazione ed allungarono le mani per prendersi la loro fetta di torta senza rispettare le istituzioni laiche dello stato come i tribunali, l’esercito ed i valori democratici in genere. Israele è stato perciò un pioniere internazionale nell’incoraggiare le fazioni religiose a diventare attive nella cornice dei partiti politici. Facendo così, ha portato la distruzione sia nella religione che nelle norme della vita democratica e politica.

Il blocco religioso ha guadagnato potere ed influenza non grazie alla sua vitalità ed originalità concettuale, ma solo grazie alla corruzione dei valori politici che gli viene offerta perché sia parte di dubbi governi di coalizione. L’estraniament dei sinistresi dalla gente comune, nonché la loro arroganza, giocano un ruolo non trascurabile in questo deterioramento. L’instabilità della situazione della sicurezza e l’infrangersi del sogno impossibile di ottenere la pace e l’occupazione insieme, ha inoltre indotto sempre più gente a pensare che solo un miracolo o la grazia divina può salvarsi dalla catastrofe. Si deve ricordare che, ad onta del suo primato militare, negli ultimi quarantacinque anni Israele non ha vinto alcuna battaglia decisiva sul campo, neppure contro delle banali milizie. Dopo ogni confronto sono state create delle commissioni d’inchiesta per capire in che cosa abbiamo sbagliato. Quando un carro armato od un aereo non sono una risposta adeguata, allora fiorisce rigogliosa la tendenza verso il pensiero messianico. Il conflitto nazionalistico tra Israele ed il mondo arabo è diventato pian piano un confronto religioso tra l’ebraiso e l’islam. Noi stiamo vivendo in una gloriosa era di halacha ebraica, così come della shari’a islamica. Anno dopo anno i sostegni della democrazia e della laicità si stanno disintegrando davanti ai nostri occhi sotto la pressione del nazionalismo religioso.

Diversi anni fa Salman Rushdie scrisse che ci sono due stati teocratici al mondo – Iran ed Israele. Nel frattempo la lista si è allungata come risultato della deludente ‘primavera araba’ che è stata la speranza dei giovani laici e si è ritorta contro di loro. Nel libro ‘I versetti satanici’, Rushdie scrive: ‘Qualcosa non va nel mondo spirituale di questo pianeta … ci sono troppi demoni tra gli esseri umani che affermano di credere in Dio”. Il mio amico A. B. Yehoshua sostiene che gli ebrei possono essere normali solo in Israele. Ma penso che il visionario laico dello stato si stia rivoltando nella tomba a vedere uno stato che sta cedendo il suo destino nelle mani di demoni anormali. Bibi Netanyahu è stato portato al governo con uno slogan Haredi: ‘Bibi è buono per gli ebrei’, ovvero buono per gli haredi, con l’intenzione di distruggere la democrazia laica e di stabilire uno stato teologico repressivo. La marcia trionfale del nazionalismo religioso è tanto impressionante quanto terrificante. Migliaia di laureati fuggono ogni anno da Israele e preferiscono condurre delle vite anormali, per dirla con A. B. Yehoshua, in paesi lontani ma più normali. Li invidio, ma sono anche troppo vecchio per patire ancora il trauma dell’emigrante, e preferisco perciò rimanere come straniero in patria.

L’Occupazione

L’occupazione è un’autentica catastrofe per Israele. Il grande Israele, l’entusiasmo per la conquista, per controllare ed insediarsi nel cuore della densa popolazione palestinese, sono uno tsunami che colpisce al cuore il sionismo che si ritiene illuminato, laico e socialista. Il termine ‘Grande Israele’ non è emerso nel partito del Likud o nella yeshiva dell’ebraismo nazional-religioso, ma fu coniato nel Kibbutz Ein-harod da poeti, scrittori ed intellettuali, praticamente dalla fonte più pura del laicismo moderato. Il conflitto israelo-palestinese è il principale fattore a foggiare l’immagine d’Israele nei suoi vari aspetti politici, culturali ed economici. Nel corso degli anni, la sinistra e la destra hanno polarizzato le loro posizioni fino a creare due opposte illusioni che hanno solo una fragile base nella realtà. La sinistra descrive gli arabi come angeli innocenti, vittime della brutale aggressione israeliana. La destra coltiva un bruciante odio per gli arabi, come se fossero mostri selvaggi. Ma si sa bene che in ogni conflitto prolungato ambo le parti diventano brutali. Un famoso poeta una volta disse: ‘Ehud Barak è spregevole. Dovrebbe mandare contro di loro dei carri armati e finirli con le mitragliatrici’. E questo poeta appartiene allo stesso campo che sembra in cerca di una soluzione pacifica. Egli sa, ovviamente, che le nostre mitragliatrici hanno sparato milioni di pallottole di ogni tipo nei decenni scorsi senza alcun risultato. Tre volte abbiamo fatto del Sinai un cimitero per i soldati egiziani. Abbiamo raso al suolo Beirut e l’abbiamo occupata. Abbiamo devastato l’esercito giordano. Negli ultimi quarantacinque anni abbiamo gettato praticamente tutta l’intelligencija palestinese che resisteva in prigione. Per ogni ebreo ucciso nelle ultime tre generazioni, almeno dieci palestinesi hanno perso la vita. Le nostre armi hanno praticamente smesso di funzionare nel 1973 per tutti i morti che abbiamo fatto nelle file egiziane, e senza il ponte aereo americano saremmo rimasti senza munizioni per i fucili. Un giovanotto in un campo profughi che vive una vita da cani è pronto a morire da eroe. Non ha niente da perdere. Quanti figli possiamo offrire pronti a commettere suicidio ed a morire da eroi?

Ben poche persone in Israele e fuori hanno condannato le tremende dichiarazioni del Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Ma Lieberman ha ragione a dire che esprime ad alta voce quello che pensano gli altri. Non ci inganniamo, la cultura in Israele è già diventata non meno avvelenata delle ali estreme dell’Islam. Dall’asilo alla vecchiaia abbiamo caricato le anime dei nostri figli con i grandi pesi dell’odio, del sospetto e dell’avversione verso l’estraneo ed il dissimile, specialmente verso gli arabi. La voce sana della cultura sta svanendo. Agli autori del libro fascista “Torat Ha-Melekh = La Torah del Re”, che invocava l’assassinio degli arabi, è stata risparmiata l’incriminazione per istigazione al razzismo ed alla violenza. Il Procuratore Generale ha chiuso il file contro di loro ed ha così consentito la vendita di questo libro odioso. Nell’Israele d’oggi stanno gradualmente sbocciando le prime gemme del fascismo culturale e spirituale. Uno scrittore con la voce grossa reclutato dall’establishment chiede che nello studio della letteratura siano scelti solo quei libri che propongono l’ethos sionista. Ironicamente, ci sono degli episodi comici anche quando ci gettiamo nell’abisso. In una cittadina vicino ad Haifa, il capo del consiglio religioso ha ordinato alla biblioteca pubblica di rinchiudere tutti i libri laici in una stanza inaccessibile al lettore curioso, ma solo su prenotazione e per poco tempo ogni volta. In questa prigione spirituale è stata sigillata la bocca del poeta che voleva usare la mitragliatrice per uccidere gli arabi, ed anche i libri scritti dagli autori dell’establishment stanno coprendosi di polvere. Pure i miei.

Continuo a definirmi un patriota israeliano, ma l’Israele che sta peggiorando sempre più, volgendo le spalle ai valori umanistici ed ai diritti dell’umanità, non può essere la mia patria spirituale.

Per sempre è un’illusione.

Quasi due terzi del territorio israeliano sono un deserto inadatto all’agricoltura tradizionale. E’ un paese con poche risorse naturali. Eppure è uno dei pochi stati fondati dopo la Seconda Guerra Mondiale che è subito diventato un paese fiorente. Grazie alla diligenza dei suoi abitanti ed alla loro ingegnosità, si sono sviluppate un’agricoltura sofisticata, alta tecnologia, e famosa competenza medica. Israele è tra i migliori paesi del mondo in molti campi. Non è per caso che ha vinto un gran numero di premi Nobel in varie discipline. Ad onta di tutti questi successi, noi rimaniamo comunque in un momento difficile. In tutta la storia, non sempre in momenti drammatici come la sconfitta totale in guerra o colossali disastri naturali, una cultura o l’altra sono state destinate all’annichilimento. Dei banali fattori hanno portato al declino ed alla morte di entità colossali come l’antica Grecia, l’antica civiltà egizia, l’impero romano, l’impero ottomano, il dominio bianco in Sudafrica e la colonizzazione francese dell’Algeria. Solo coloro a cui mancano profondità di visione e pensiero brandiscono parole altisonanti come ‘per sempre’, ‘eternamento’, e ‘generazioni senza fine’.

Penso che l’ebraismo sia pure in uno stato di profonda crisi concettuale e spirituale dopo la frantumazione di tutte le ideologie. Dal punto di vista spirituale, la religione in Israele è scaduta al livello dei cimiteri, dell’idolatria, e del buio estremismo. Sembra che i capi religiosi siano tornati indietro di alcuni secoli, ad un mondo di superstizione e crassa ignoranza. La religione che sapeva come accompagnarsi allo sviluppo della vita grazie a figure brillanti come Maimonide ora ha un disperato bisogno di una guida che porti avanti delle riforme fondamentali. La medesima crisi influenza inoltre la leadership politica. Emergono opportunisti di minuscola statura e spezza il cuore vedere come la gente condoni e pure perdoni una leadership corrotta e bugiarda che blocca la strada a capi illuminati della statura di Abba Eban e Moshe Sharrett.

Israele è minacciato da gravi pericoli per la sua esistenza se l’attuale leadership non ha la saggezza di capire che Israele non è posto nelle pacifiche regioni dell’Europa settentrionale, ma nel turbolento centro di un tormentato Medio Oriente. Non abbiamo posto nel Medio Oriente del futuro dacché ci siamo resi detestabili per esso, dopo aver rimarcato giorno e notte che esso è detestabile per noi. Tanto detestabile. Se non troviamo una soluzione che vada oltre la mitragliatrice ed il carro armato – ed abbiamo già visto che non sono di alcun aiuto contro un ragazzo scalzo con una pietra in mano – noi perderemo tutto. Lo Stato d’Israele può diventare un fenomeno passeggero come il Primo ed il Secondo Tempio.

La cosa peggiore è che i nostri vicini sono nella medesima tragica situazione; non hanno un Gandhi e non abbiamo nemmeno un mini-Roosevelt.

(unquote)

Le lamentele dell'ebreo arabo Sami Michael nei confronti degli ultraortodossi ashkenaziti che lo discriminano sono molto simili a quelle dei bisessuali nei confronti degli omosessuali.

Traduzione dall'inglese all'italiano e commenti di Raffaele Ladu

lunedì 25 febbraio 2013

Intervista ad Amalia Ziv



Cinquanta sfumature di gay: Amalia Ziv spiega perché suo figlio la chiama 'Papà'.

Da quando è diventata un genitore, una delle principali studiose israeliane della teoria queer e del femminismo ha visto il rullo compressore del genere correre a tutta manetta.

Di Tsafi Saar - pubblicato sull'edizione inglese di Haaretz il 21 Febbraio 2013
Traduzione dall'inglese e note di Raffaele Ladu







Amalia Ziv arriva al caffè di Tel Aviv dopo aver lasciato il figlio all'asilo, e la conversazione tra noi comincia parlando di lui: in che asilo va, e quanti anni ha (sei). Questa conversazione non è proprio ovvia quando sei alle prese con una luminare israeliana della sessualità e della teoria queer. Ma dacché presto emerge l'argomento delle fantasie sessuali femminili, la dissonanza non si nota troppo. Questo è solo uno degli appassionanti argomenti di cui la Dott.ssa Ziv discute nel suo nuovo libro "Mahshavot Miniyot = Pensieri sessuali", Resling Press - in ebraico.

Ziv, 48 anni, una figura venerata nella comunità queer e lesbica, è una lettrice nel programma di studi di genere nell'Università Ben Gurion nel Negev e nel dipartimento di letteratura all'Università di Tel Aviv. E' cresciuta a Ramat Aviv ed è stata tra i fondatori del mensile GLBT "Hazman havarod = Tempo Rosa". Dopo il ritorno dalla scuola di dottorato negli USA negli anni '90, ella fondò un gruppo di studio gay, lesbico e queer. Dopo è stata tra i cofondatori delle conferenze annuali "Sex Acher = Altro Sesso", ed ha coedito l'antologia di articoli "Beyond Sexuality = Oltre la sessualità" (Hakibbutz hameuchad - in ebraico).

Il suo nuovo libro, dal sottotitolo "Teoria Queer, Pornografia, e politica della sessualità", include una selezione di suoi articoli e conferenze, a cominciare con una colonna pubblicata nel 1996 su una rivista sulla cultura dei bar gay e lesbici, passando per un articolo del 1999 che ha fatto furore sulla cantante transessuale Dana International, fino a delle conferenze tenute negli ultimi anni sulla teoria queer, sulla filosofa femminista Judith Butler, sul sesso queer, sulla pornografia lesbica, e su altri argomenti. Qui abbiamo l'opportunità di apprendere da lei che significa essere queer, e la differenza tra il queer ed il dozzinale gay.

"La domanda ha diverse risposte", dice Ziv, "La più semplice è che queer è una categoria dell'identità nel contesto LGBT che è più aggiornata rispetto a 'gay' e 'lesbica'. Inoltre, queste categorie riguardano un orientamento sessuale, ed insieme con esso, all'appartenenza ad una comunità. Poiché però 'queer' è un termine che serviva in origine a descrivere in modo denigratorio delle anomalie sessuali e di genere, e gli attivisti hanno cominciato ad usarlo circa 20 anni fa, esso significa anche sfidare l'eteronormatività, cioè attacca l'accettazione dell'eterosessualità come norma ed i modi in cui intorno ad essa si costruisce una cultura. La posizione queer è questa: non ci sogniamo di cambiare, siamo diversi e vogliamo che ci accettiate con le nostre differenze.

Quello che è interessante del termine 'queer' è anche che il termine non denota l'orientamento sessuale; se uno dice: 'Io sono queer', questo di per sé non ci dice quello che fa a letto. E c'è anche la categoria di 'genderqueer', con la quale si identificano ben poche persone."

Giornalista: "Come definisce 'genderqueer'?"

Ziv: "Non c'è una definizione, ma i genderqueer sono persone che si oppongono alla normatività di genere, ed in genere si distinguono dalle persone transgender. Le persone transgender normalmente si definiscono in termini di passaggio ('trans'), cioè dall'identità che si percepisce che io abbia ad un'identità con cui voglio essere percepito. Invece i genderqueer si percepiscono oltre le categorie di uomo o di donna, oltre la dicotomia dei generi. Sono interessati a creare una mescolanza, confondendo la gente, apparendo sia questo che quello, parlando così e cosà."

Giornalista: "Che novità porta la 'queerness' agli eterosessuali, secondo lei?"

Ziv: "Il messaggio principale è forse che, se tu sei eterosessuale, ciò non vuol dire che devi essere eteronormativo. E gli etero non devono essere sempre tali per tutto il tempo. Ed anche se sei etero in termini di preferenza sessuale, ciò non dice nulla sulla tua sessualità, sulle tue fantasie o sulla tua politica. Gli etero possono prendere da questo qualcosa sia a proposito di se stessi sia a proposito delle identità non etero, poiché oggi in Israele i gay e le lesbiche sono già divenuti una sorta di animale domestico, proprio come tutto il resto, ed allora è molto comodo accettarli. Ma l'accettazione non deve avvenire solo sulla base della conformità allo standard ideale. Qui si chiede un'accettazione molto più profonda e significativa. L'idea del queer è di un'identificazione oltre i confini dell'identità. E' la possibilità non solo di essere ciò che sei, ma anche di creare anche una profonda identificazione con esseri umani che appartengono a categorie molto diverse."

Ora Ziv scrive nel suo libro, ad esempio, della teorica queer Eve Kosovsky Sedgwick, che era una donna eterosessuale che si autodefiniva gay, e del sesso tra gay e lesbiche.

Giornalista: "Può spiegarci?"

Ziv: "Potrei mettermi nei guai con i bisessuali, che protesteranno che il fenomeno che descrivo è in realtà la bisessualità. Ma insisto a parlarne in termini di sesso tra gay e lesbiche, per manenere la dimensione dell'anomalia. Poiché con i bisessuali è già compreso nella definizione, ed allora tutto è semplice. Ma sotto la categoria del queer, anche prima che il termine fosse in circolazione, era divenuta possibile un'affiliazione basata sull'identità tra gay e lesbiche, che in certi casi è diventata pure erotica.

Una delle cose interessanti sul queer come categoria identitaria è che essa non ha genere. L'ebraico ci impone, come sempre, di distinguere e dire: 'Lui è kwir e lei è kwirit [forme maschili e femminili, nota di Haaretz]'. Ma in inglese 'queer' vale per ambo i sessi. Pertanto questa categoria identitaria, che non ha genere, consente un certo offuscamento delle distinzioni tra gay e lesbiche.

E' anche in relazione con un particolare momento culturale, specialmente nel contesto americano, quando gay e lesbiche si avvicinarono negli anni '80 a seguito dello shock dell'AIDS. In organizzazioni come Act Up, gay e lesbiche hanno lavorato insieme con grande intensità, formando una sorta di identità condivisa, politica e piena di colore, che includeva, tra l'altro, una forma dei jeans e delle giacche di pelle senza genere. Perciò improvvisamente molti gay si sono aperti alle lesbiche, e nemmeno le lesbiche avrebbero potuto continuare ad esistere all'interno delle utopie femministe. Alcune lesbiche cominciarono a creare una cultura sessuale lesbica, ed il modello che avevano era la cultura sessuale gay. Perciò emersero tutti i tipi di punti d'incontro, compresi gli incontri sessuali.

Questo porta ad un problema ancora più ampio che riguarda l'essenza della tendenza sessuale, e perché noi poniamo così tanta enfasi proprio sulla scelta dell'oggetto. Per esempio, le lesbiche ed i gay che condividono un orientamento sessuale BDSM (Bondage, Discipline, Sadism and Masochism) possono trovare più terreno comune tra loro che una lesbica di questo tipo con una lesbica 'alla vaniglia' (che cioè pratica il cosiddetto sesso convenzionale).

Negli anni recenti, il concetto che la tendenza sessuale costituisce l'identità primaria e permanente di una persona è stato messo in discussione dai transgender, quando di tanto intanto le persone che hanno ottenuto la riassegnazione del genere cambiano il loro oggetto dell'attrazione sessuale e passano, per esempio, dall'essere una donna lesbica ad essere un uomo gay. In tali contesti anche il ruolo del corpo sessuato può diventare marginale a proposito del genere della persona. Puoi incontrare oggi degli uomini transgender che si definiscono gay, e sono attratti o a dei maschi biologici o ad altri maschi transgender. Perciò la questione di come effettivamente appare il corpo, o di come una persona è marchiata dalla nascita, diviene secondaria in confronto all'identità sessuale culturale."

Con linguaggio mascolino.

Un'affascinante estensione della ricerca di Ziv sulle questioni queer è un campo di cui ora si occupa, sia nella vita accademica che in quella personale: la genitorialità queer. Insieme con la sua partner da una vita, la poetessa Sharon Haas, lei sta allevando il loro figlio.

Giornalista: "Che significa genitorialità queer?"

“Sin da quando è nato il mio bambino,” dice Ziv, “Ho visto il rullo compressore del genere funzionare a tutta manetta, cominciando con la dicotomia rosa-blu nell’abbigliamento, già da quello per neonati – e continua a potenziarsi. Lo vedo all’asilo. Secondo me, è molto importante che in tenera età non ci sia una distinzione tra i giocattoli per i ragazzi e quelli per le ragazze. Tra l’altro, non ricordo di aver incontrato nella mia infanzia una dicotomia così netta. Ma ora le ragazze arrivano all’asilo che sembrano delle Lolita.”

Questa regressione, secondo Ziv, nasce sia da una reazione al femminismo, che dallo sviluppo del consumismo.

“Vorrei vedere un sistema scolastico e delle istituzioni educative che fanno lo sforzo di offuscare le differenze di genere nei giochi e nelle interazioni sociali”, ella dice, “Perché non ci sia una situazione in cui i ragazzi corrono in giro e giocano con le macchinine, e le ragazze si siedono e disegnano. Anche presumendo che ci siano certe tendenze di base innate, queste non le si dovrebbe rinforzare.”

Giornalista: “Lei pensa che ragazzi e ragazze abbiano diverse tendenze?”

Ziv: “Ora sono molto più ‘agnostica’ in proposito. Non direi a priori che non le hanno. Non lo so. Non escludo del tutto la possibilità che ci sia una qualche sorta di elemento innato, intrinseco. Ma io vedo proprio come viene rinforzato. E vedo i ragazzi che già cominciano a chiamarsi ‘fratello’ o ‘uomo’. Ed i genitori, pure le madri, che dicono ai ragazzi di tre anni: ‘Che uomo!’. Questo per me è tremendo.”

Giornalista: “Come si confà il concetto di genitorialità con l’essere queer?”

Ziv: “Perlomeno, non è semplice. Sin da quando è nato mio figlio mi trovo in una sorta di shock culturale, che sto cercando di elaborare. Una delle faccette di quest’esperienza è il vedere il mostro del genere all’opera da vicino, e cercare di opporgli una minuscola resistenza, anche se è una causa pressoché persa.”

Giornalista: “Come, ad esempio?”

Ziv: “Per esempio, incoraggiando diverse attività. Diciamo che lui è molto interessato alla cucina, per cui ha una cucina giocattolo. Nel complesso la sua identità come ragazzo è già ben stabilizzata, ma possiamo tentare di espandere un po’ quello che significa essere un ragazzo, e chiarirgli inoltre che il genere non è un concetto dicotomico. E questo mi accade in modo abbastanza naturale, dacché a casa parlo soprattutto al maschile.”

[Nota di Raffaele Ladu: in ebraico il tempo presente somiglia al participio italiano, in quanto non ha persone, ma solo genere e numero. Perciò chi parla ebraico, al primo presente che usa è costretto a dichiarare se il soggetto (oppure se stesso) si ritiene di genere maschile o femminile.]

Giornalista: “Quando si riferisce sia a se stessa che a Sharon?”

Ziv: “Sì. E’ una cosa che ho incontrato qua e là anche in delle coppie eterosessuali, un’espressione di intimità. Anche con lui io mi riferisco a me stessa al maschile. E si rivolge a me al maschile. Sgomenta molte persone, ma è interessante vedere come i suoi amici lo accettano molto rapidamente – in modo molto più semplice degli adulti.

Inoltre, mi identifico più con un padre che con una madre. Non riesco a sondarmi attraverso la categoria della Madre. Ha a che fare con tantissime cose – la mia identità di genere, il modo in cui percepisco la maternità, la relazione mia e con Sharon. In pubblico mi identifico completamente con una donna, ma in privato è più complicato. C’è anche una significativa identificazione mascolina.

Perciò mio figlio vive con due genitori che dall’esterno sono identificati come madri, ma c’è una certa differenza di genere, che a lui è molto evidente. In altre parole, è anche chiaro che c’è una certa somiglianza tra lui e me, che non c’è tra lui e Sharon, in quanto è sua madre. Perciò, in questo senso, sta imparando il genere queer. Sta imparando che non c’è una perfetta sovrapposizione tra il sesso ed il genere, che per alcuni aspetti Sharon ed io siamo del medesimo genere, e per altri aspetti no. Lo sta imparando dall’esperienza. E capisce che non si tratta di una cosa facile da spiegare a chi lo circonda.

Vedo uno scontro per nulla semplice tra l’essere queer e l’essere genitore, perché nella genitorialità c’è qualcosa di intrinseco che riproduce l’ordine sociale, anche se tu non vuoi.

Devi socializzare il tuo bimbo in questo mondo, così com’è, con il conflitto israelo-palestinese e con la divisione dei generi. Ma sto cercando di dargli un’immagine più complessa del mondo. Ovviamente senza costringerlo – non è un tentativo dogmatico di socializzarlo in modo diverso, ma egli è allevato in una casa che per alcuni aspetti è diversa. Non posso cancellare tutte le intuizioni che ho sul genere.”

Giornalista: “E perché dovrebbe?”

Ziv: “C’è gente che pensa che devi mettere tutto questo da parte quando si tratta di allevare dei figli. Ma come? In ogni caso, se la genitorialità queer ha un significato, è nell’usare la nostra esperienza di vita come soggetti queer e farle giocare un ruolo.”

Non che tutto questo sia lampante, osserva lei: “Conosco dei gay e delle lesbiche che allevano dei figli e continuano a trasmetter loro il messaggio che il modello normativo è preferibile. E questo mi fa incazzare. Dal loro punto di vista, lo scopo è che i loro figli crescano diventando eterosessuali.”

Il modello pornografico

Una delle grandi controversie in cui Ziv ha giocato un ruolo chiave è il problema della pornografia. Nel dibattito femminista sul tema, Ziv è dalla parte opposta rispetto al femminismo che bandisce la pornografia. Però, nell’introduzione al suo nuovo libro ella scrive: “Devo ammettere di essermi avvicinata alla posizione femminista antipornografica.”

E’ un dietro front? Ziv spiega che sono cambiate le circostanze, dacché Internet crea un problema dell’accesso dei bambini alla pornografia, ed in mancanza di altra educazione sessuale essa diviene la principale fonte di informazioni che foggia il loro concetto di sessualità. Un altro problema, ella dice, è il percolare delle convenzioni pornografiche nella società e nella cultura: “Oggi già le dodicenni si stanno sbarbando il pube, una pratica che viene solo da lì. E questo mi disturba. Eppure penso ancora che il femminismo antipornografico non riesce a pensare al porno alternativo ed al significato che ha per le minoranze sessuali e di genere. Perciò, da questo punto di vista non ho abbandonato la mia posizione,” precisa.

Giornalista: “In un articolo nel suo libro sul romanzo del Marchese di Sade ‘Justine’ lei scrive, tra l’altro, sulle fantasie masochiste delle donne. Come si può capire il fenomeno?”

Ziv: “Non comprendo il masochismo alla maniera di Freud, che vedeva il masochismo femminile come intrinseco. Egli parla del masochismo come naturale per le donne perché esse debbono reprimere la loro aggressività, e dal suo punto di vista è pure chiaro che la posizione femminile nel sesso è passiva. Io comprendo il masochismo femminile come un meccanismo che è una reazione alle circostanze culturali. Un meccanismo per affrontare le circostanze politiche. In altre parole, questa è la posizione in cui ti hanno messo, e la erotizzi per goderne.”

Giornalista: “Ma non c’è l’istinto verso la posizione opposta? Od a non giocare il ruolo che ti è stato assegnato?”

Ziv: “Sì, ma che dire delle donne che fantasticano la violenza o l’umiliazione? Ed è una ragguardevole porzione delle fantasie sessuali femminili. Secondo la ricercatrice Nancy Friday, poiché le donne sono sessualmente tanto represse, non sentono legittimato il loro desiderio, e pertanto quando il loro scenario sessuale è quello del ‘mi hanno costretta’, dà loro la legittimazione. E’ una spiegazione possibile, semplicemente non penso che sia l’unico.

Le femministe come Catherine MacKinnon ed Andrea Dworkin comprendono il masochismo femminile come un’internalizzazione dell’oppressione. Ma non stiamo parlando del godere dell’impotenza in una situazione reale. In altre parole, le donne non si eccitano a non trovare lavoro; in questione c’è una risposta alla gerarchia attraverso la sua erotizzazione. Noi possiamo non apprezzare queste fantasie, ma diventano un problema solo quando la gente dice, ‘Ecco, questo è quello che davvero vogliono le donne’.

Questo non è quello che le donne vogliono davvero, queste sono fantasie. E pertanto è importante erigere questa barriera tra la fantasia e la realtà. Abbiamo il diritto a fantasie che sono assai politicamente scorrette. Le donne non devono pensare che non possono essere buone femministe, o donne liberate, se le hanno. Devono goderne.

Inoltre, non è che essere masochista sia essere una vittima. E’ progettare la tua sessualità, scegliere l’interazione sessuale che si adatta alla tua passione – foggiare la propria soggettività sessuale. Culturalmente, il masochismo è apparso all’inizio come una posizione maschile, in [Leopold von] Sacher-Masoch, il padre del masochismo. Il momento in cui le donne hanno assunto la posizione masochista che era stata creata dagli uomini e l’hanno adottata, con alcune modifiche, è stato un passo importante per trasformarci in soggetti sessuali.”

Giornalista: “Perché, in questo ed altri contesti, sono gli uomini il modello?”

Ziv: “Non sono necessariamente d’accordo con la famosa frase di Audre Lorde. ‘Gli strumenti del padrone non abbatteranno mai la casa del padrone’. Non penso che possiamo agire e pensare da un luogo completamente diverso. Penso che possiamo usare i mattoncini esistenti e fare con essi nuove cose.

Non è che penso che il modello maschile è tutto quello che ci può essere. Ma che ci puoi fare? La civiltà è maschile. Io spero proprio che fra 200 – 300 anni le cose saranno del tutto diverse, ed il mondo apparterrà davvero anche alle donne. Ma ora, come hanno scritto a loro tempo Simone de Beauvoir e Virginia Woolf – ed è ancora vero – la storia è maschile, la letteratura è maschile, l’arte è maschile, ed il passato foggia il presente. Io so agire solo con queste stesse componenti della cultura ‘maschile’, e non sono neppure disposta a lasciare che gli uomini ne abbiano la piena padronanza. E’ anche la mia cultura. Mi sento a casa in questa cultura, e voglio entrarci, e gestirla dall’interno. Non parlo di entrarci nel senso liberale, non di giocare secondo le regole attuali, ma prendere il mucchio di idee e rappresentazioni esistenti e vedere come possiamo lavorarci.”

Giornalista: “Non è che questa posizione è collegata al fatto che lei viene da una famiglia privilegiata?”

Ziv: “Non c’è dubbio. Il posto da cui vengo è privilegiato, ed è un posto che rende più facile a me essere donna ed essere lesbica. E’ più difficile essere una lesbica Mizrahi [Nota di Raffaele Ladu: ebre* proveniente dai paesi arabi, di solito meno istruit* e più pover*], non ho dubbi. E forse questo è anche il motivo per cui non ho la passione che hanno alcune attiviste Mizrahi.”

Giornalista: “Lei scrive nel libro che nella pornografia alternativa una donna può essere un soggetto e non un oggetto. Come? Che hanno di diverso il porno femminista o femminile?”

Ziv: “Secondo me, il miglior esempio di questa donna è Annie Sprinkle [Nota di Raffaele Ladu: il suo sito web è http://anniesprinkle.org – intitolato ANNIESPRINKLE.ORG(ASM)]. Lei è potente ed ama davvero il sesso. Lei progetta l’interazione, lei si diverte, perciò quando tu vedi un suo pornofilm non senti che qui c’è stata un’oggettivazione. E se c’è un’oggettivazione, la si fa sempre con una strizzata d’occhio.

Quello che siamo abituati a vedere nel porno etero comune è uno scenario molto particolare e molto arbitrario. Sto parlando di quello che è lo standard del settore; oggi c’è molto porno amatoriale, e questo ha aperto l’arena pornografica a molte diverse immagini corporee di donne, ed a molte diverse pratiche.

La rappresentazione standard è di donne che sembrano uguali, e c’è qualcosa di molto artificiale nel loro aspetto. Loro hanno sempre del silicone nei loro seni, pelo pubico sempre a posto, ed ovviamente unghie lunghe e smaltate, nonché il rossetto sulle labbra. Le loro espressioni sono sempre le stesse, ed i suoni che emettono sono sempre uguali, e le loro azioni sono sempre le stesse, e nel medesimo ordine. Deve sembrare per forza così il sesso? E da quando? A meno che la gente non imiti quello che vede.

E’ possibile fare del porno in cui le donne appaiono diverse e si comportano in modo diverso. E’ possibile fare del porno in cui le donne prendono l’iniziativa, in cui le donne sono attive, in cui anche le donne penetrano gli uomini, usano gli uomini per soddisfarsi. Ci sono oggi diverse compagnie che fanno film pornografici per un’audience femminile. In questo porno ci sono meno inquadrature ravvicinate della penetrazione, non c’è l’umiliazione delle donne, ma penso che sia possibile andare molto più avanti di così.”

Giornalista: “E come?”

Ziv: “Più avanti nel senso del concetto di ciò che è il sesso etero. Non più ‘preliminari’, ma semmai andare avanti e smantellare l’intera distinzione tra ‘preliminari’ e sesso. Questa è una cosa che è intrinseca al porno standard. C’è un episodio sessuale, che termina con l’uomo che viene, e si può proseguire con l’episodio successivo. Perciò questo ovviamente struttura le percezioni sessuali delle persone. Anche se io spesso incontro degli etero che dicono che non è necessariamente così, non è poi così orribile.”

Giornalista: “No, non è affatto orribile. E’ molto bello.”

Ziv: “Di nuovo, non ho informazioni dall’interno in proposito, ma delle fonti bene informate mi dicono che quello che davvero accade tra gli individui è diverso dalla norma.”

Giornalista: “Talvolta in questi contesti si parla di femminismo positivo verso il sesso. Che significa? Che c’è un femminismo negativo verso il sesso?”

Ziv: “Quell’etichetta di ‘positivo verso il sesso’ è davvero problematica, ma quando leggi Andrea Dworkin e Catherine MacKinnon [studiose femministe ed attiviste che hanno condotto la campagna antipornografica negli USA], ci trovi perlomeno un profondo sospetto verso il sesso. Dal loro punto di vista, il sesso è un luogo assai problematico nei rapporti maschio-femmina, e non solo in essi. Da questo punto di vista potresti designare il femminismo di MacKinnon negativo verso il sesso.

C’è il meraviglioso articolo di Gayle Rubin, ‘Thinking Sex = Pensare il sesso’, in cui ella caratterizza il concetto occidentale di sesso come problematico e bisognoso di giustificazioni. Nella visione del mondo religiosa, la giustificazione è ‘Siate fecondi e moltiplicatevi’. Il sesso è un male, ma per lo scopo dell’‘essere fecondi e moltiplicarsi’ va bene. E poi è venuta l’ideologia romantica che dice: il sesso per il sesso è profano, ma il sesso come espressione dell’amore è buono, nobile e bello. E poi è arrivato il femminismo, che ha detto in sostanza che il sesso è molto, molto problematico, a meno che non sia completamente egualitario ed all’interno di un programma di riforma del mondo. E Rubin osserva che il femminismo ha in effetti adottato questo retaggio sessuofobico.”

Giornalista: “Solo le giustificazioni cambiano.”

Ziv: “Esatto. Ma la premessa fondamentale è che il sesso è sospetto. E penso che un sacco di femministe abbiano adottato questo costrutto senza renderse ne conto. E’ vero che nei rapporti maschio-femmina il sesso è un’arena foggiata da un’ideologia maschile, da interessi maschili, ed accetto gran parte dell’analisi del sesso eterosessuale come un’espressione di umiliazione, subordinazione, eccetera. Ma questo porta ad un’analisi monolitica, che vede questo punto come la radice di ogni male e l’argomento focale su cui dovrebbe concentrarsi il femminismo, fino al punto da trascurare altre questioni. Essere positivi verso il sesso non vuol significa dire che il sesso è sempre e necessariamente buono, anche se è imposto e degradante. Questa è la critica che senti rivolta alla posizione positiva verso il sesso, ma ne è un’interpretazione superficiale.”

MacKinnon e Dworkin, dice Ziv, “Riproducono il costrutto patriarcale nel senso che il sesso viene presunto come il dominio degli uomini. Loro vogliono il sesso, ne godono, ne traggono profitto, mentre le donne ci rimettono, qualcosa viene strappato loro, e devono difendersi.”

Giornalista: Ed ovviamente ci sono le donne per cui il sesso non ha a che fare con gli uomini. Tra loro ci sono alcune che hanno sempre saputo di essere lesbiche, ed altre che si sono rivolte al lesbismo come scelta politica.

Ziv: “Ho degli studenti che ne sono molto stupiti: com’è possibile? Noi viviamo con la concezione che il desiderio è una cosa determinata, primordiale. Penso che sia molto più semplice capirlo se cominci con la concezione di un continuo. Secondo me, in pratica noi tutti esprimiamo solo una piccola parte del nostro potenziale sessuale. Anch’io. Non sono incapace di dormire con un uomo, ho dormito con degli uomini, e non è stata un’esperienza orribile, ma ad un certo punto è diventato più conveniente per me restringere il mio potenziale sessuale limitarlo solo a questo canale femminile. Per molte ragioni: perché crea un’identità più coerente, perché è più economico in termini di energia. Secondo me sono rare le persone che sono assolutamente ed esclusivamente capaci di essere attratte solo dagli uomini o dalle donne. Penso che anche una gran parte di eterosessuali può, in alcune circostanze, trovarsi attratta da un membro del medesimo sesso.”

Giornalista: “Ma questo li terrorizza.”

Ziv: “Vero, di solito. Tra l’altro, spaventa di più gli uomini.”

Giornalista: “Lei stessa vive con una compagna. Da quanti anni?”

Ziv: “Quest’anno ci siamo improvvisamente rese conto che sono 24 anni. Incredibile. Non ho mai voluto sposarmi, e non abbiamo mai avuto alcuna cerimonia. Nel corso degli anni la nostra relazione è stata messa più e più volte alla prova, e con prove anche difficili. E’ una scelta che rinnovi ogni giorno.”

Giornalista: “Nel libro lei scrive della prestazione di genere. Non è che tutte le nostre prestazioni di genere, o forse la maggioranza, sono basate su dei modelli oppressivi, o su dei modelli determinati da qualcuno?”

Ziv: “Sì, ma ripeto, possiamo solo lavorare su modelli già esistenti. Con questo collegamento possiamo risalire, ad esempio, alla critica lesbo-femminista delle ‘butch = camioniste’, che afferma che le camioniste riproducono i costrutti oppressivi della mascolinità.

Però, innanzitutto, le camioniste sono donne che si oppongono ai dettati sociali della femminilità e li sfidano in un modo che ha grande visibilità e perciò può anche costare parecchio. Inoltre, quando una donna fa il maschio, non è la stessa cosa di quando un uomo fa il maschio. Cioè, qui si crea qualcosa di diverso, ibrido. Queste sono donne che compiono una revisione non-standard [Nota di Raffaele Ladu: possibile allusione alla più comune edizione inglese della Bibbia, la ‘Revised Standard Version’ – allusione per me preziosa perché mi permette di dire che quando una persona LGBT si rifà alla Bibbia, al Corano, ecc., non lo fa certo nello stesso modo in cui si rifà ai testi sacri un omofobo] di una norma mascolina. E le revisioni non-standard creano una nuova forma [Nota di Raffaele Ladu: Per l’appunto!].”

Giornalista: “Nel suo libro lei si riferisce al dibattito su un ‘gene omosessuale’. C’è una cosa del genere?”

Ziv: “Finora la ricerca non ci ha dato ‘il gene omosessuale’, e non credo inoltre che sarà mai trovato. Perché essere gay è un profilo molto complesso di emozioni, pratiche, preferenze culturali, e questo profilo si trova solo nella nostra cultura, la cultura occidentale moderna. Definirti gay oggi è molto diverso – per dare l’esempio classico – dall’essere un vecchio signore dell’antica Grecia che corteggia dei ragazzi adolescenti, vuole dormirci insieme, se ne innamora, e scrive per loro delle poesie.

Oggi un uomo gay pensa di solito di sé in termini piuttosto analoghi agli eterosessuali. E’ attratto dagli uomini, e di solito vuole anche dividere la sua vita con un uomo, vivere con lui, avere dei figli con lui. Mentre essere un pederasta nell’antica Grecia significava essere un uomo sposato che compie i suoi doveri coniugali e dorme con sua moglie almeno per avere degli eredi, ed oltre a questo corteggia anche dei ragazzi adolescenti. Un uomo così nell’Atene classica non avrebbe mai pensato a corteggiare un uomo della sua stessa età e posizione sociale. Perciò, che vuol dire questo? Che ce ne facciamo del gene omosessuale? Ce l’aveva quell’uomo ad Atene? Non ce l’aveva? E se alcuni uomini avevano questo gene ed altri no, che significato avrebbe?

Oggi la società ci incoraggia, per non dire che ci obbliga, a comprenderci in termini di preferenza sessuale esclusiva, omosessuale od eterosessuale. I bisessuali, anche se la loro posizione è migliorata lo scorso decennio, sono tuttora molto ritenuti sospetti, problematici, immaturi, ecc.”

Giornalista: “Ci sono i poliamoristi, quelli che mantengono significativi coinvolgimenti romantici verso diverse persone contemporaneamente.”

Ziv: “Già. I poliamoristi possono essere bisessuali ed anche no. E’ interessante che il poliamore è diventato un’identità ed uno stile di vita. Invidio molto chi ne è capace.”

Una cosa che qui non c’è

Tra le colonne ristampate in “Pensieri sessuali” ce n’è una sulla prosa lesbica – o, più precisamente, sulla sua mancanza – in Israele. Ziv ha scritto la colonna nel 1995, e comincia con una divertente descrizione di come le fu chiesto ad una conferenza femminista di entrare in una commissione sulle donne nella letteratura locale, in nome della versione femminista della lottizzazione [Nota di Raffaele Ladu: nell’articolo originale viene chiamata ‘feminist Quarters System’], che richiede la rappresentazione delle donne Mizrahi [Vedi una nota precedente di Raffaele Ladu], Ashkenazite [Nota di Raffaele Ladu: ebree originarie della Germania e dell’Europa Orientale – più istruite e ricche delle altre], arabe, e lesbiche.

Ziv scrive: “La mia prima risposta, dopo aver acconsentito di malavoglia, fu di maledire vigorosamente il principio della lottizzazione, che mi imponeva di rappresentare qualcosa che non c’era.”

Su questo sistema di lottizzazione, Ziv dice: “E’ una soluzione pratica ad un problema molto più profondo, ovviamente. Mi sono divertita all’epoca ad essere stata invitata come la rappresentante lesbica per discutere la letteratura lesbica. Non c’era nulla di cui discutere. Non c’era letteratura lesbica. Così dovetti parlare della sua assenza. Spesso questo tipo di politica della rappresentanza dà luogo a decisioni comiche come questa.”

Giornalista: “Da una parte è comico, dall’altra lei ha parlato di questa mancanza. In altre parole, la mancanza fu messa sul tavolo.”

Ziv: “Vero. Perciò in questo senso è stata produttiva.”

Giornalista: “Che è accaduto alla letteratura lesbica negli anni seguenti?”

Ziv: “Molto lentamente, sono apparse antologie di racconti, pure romanzi – non grande letteratura, ma sì, letteratura che è scritta da un punto di partenza lesbico. Questo è molto importante.”

Ziv cita tra gli altri il libro “Mizvadot = Valigie”, della sua ex studentessa Il-il Kofler, che parla dell’amore adolescenziale lesbico e contiene pure il personaggio di un ragazzo transgender di 10 anni.

L’incontro con Ziv è avvenuto poco prima delle elezioni per la Knesset.

Giornalista: “Che possibilità ha un’identità queer in una società conservatrice come quella israeliana?”

Ziv: “Paradossalmente, la comunità se la cava molto bene oggi,” lei risponde, “Israele dà il benvenuto alla comunità perché gli serve come foglia di fico politica, quello che viene chiamato ‘pinkwashing’ [usare i diritti gay come propaganda per migliorare l’immagine d’Israele]. Perciò in questo senso c’è anche la tolleranza verso i queer. Ma questa tolleranza si esaurisce quando l’identità queer, o la politica queer, si fonde con la politica contro l’occupazione.

Ed in Israele le persone che si definiscono queer sono quasi sempre alla sinistra dello spettro politico. Ha a che fare con gli aspetti dell’identificazione oltre i confini dell’identità. Ma sin dai primi anni ’90 la comunità è cresciuta di più di dieci volte, e la maggior parte delle persone preferisce l’abbraccio del consenso.

Oggi il segmento queer della comunità è più o meno simile al segmento più a sinistra del pubblico israeliano. E’ una minoranza, una minoranza che è pure un’élite, ma un’élite minacciata.

Oltre alla sua ampia gamma di attività, Ziv ha anche scritto tre canzoni per Carmela Gross Wagner, la meravigliosa banda di Eran Zur: “Tmuna Impressyonistit = Quadro impressionista”, “Nashim Kotvot Shira = Le donne scrivono un canto” ed “Edut = Testimonianza”.

Giornalista: “Quando tornerà a scrivere canzoni per Eran Zur?”

“Temo proprio che non accadrà più,” risponde con un ghigno. “Non è che ho scritto le canzoni per Eran. Erano poesie che ho scritto a 17 anni. Grazie ad esse i miei studenti mi apprezzano davvero”.

A proposito degli studenti, Ziv è oggetto di adorazione per molte studentesse. Come affronta questo?”

“Mi sembra che accada un po’ meno oggi”, afferma, “Quando ero una professoressa più giovane, non sapevo come gestire il fenomeno – mi stressava davvero. Per me è molto importante rispettare i confini. L’infatuazione è una proiezione. E’ un po’ come il transfert in terapia. Lo capisco, perché anch’io mi infatuavo delle lettrici quando ero una studentessa. Ed in almeno un caso è diventata poi un’amicizia significativa.”

L’oggetto della sua infatuazione, si scopre poi, era Yael Schwartz. “Lei è nota soprattutto come la disegnatrice grafica dell’editrice ‘Hasifria Hahadasha = La nuova biblioteca’”, dice Ziv, “L’ho incontrata quand’era lettrice nel dipartimento d’inglese all’Università di Tel Aviv, quando stavo studiando per la laurea triennale. Era una donna stupenda da ogni punto di vista. Qualche anno fa è morta. Quand’ero studentessa ne ero, come dire, ossessionata, ma lei ebbe la saggezza di trasformarla in amicizia.”

Dopo la continuazione della conversazione sulle infatuazioni di vario genere, Ziv dice: “Gli amori talvolta sono una cosa imbarazzante. Lo sa di chi ero innamorata da adolescente? Non potrebbe essere più imbarazzante – di Woody Allen. Avevo una cotta per lui.”

Giornalista: “Dottoressa Ziv! Non sa cos’è la vergogna?!?”

Ziv: “L’Eros è cieco.”


martedì 4 dicembre 2012

La polizia diventa il giudice

[1] http://972mag.com/for-asylum-seekers-in-israel-the-police-is-the-judiciary/61417/

Chi vuole degli israeliani che parlano dell'Israele di Netanyahu peggio di come io parlavo dell'Italia di Berlusconi (Monti ci sta succhiando il sangue, ma ci ha restituito la dignità, che è più preziosa) non ha che da leggere +972.

L'articolo [1], pubblicato il 3 Dicembre 2012, rivela ai lettori che una recente circolare del Ministero dell'Interno israeliano impone alla polizia di imprigionare a tempo indeterminato gli "infiltrati" (cioè gli immigranti irregolari o clandestini) sospettati di commettere crimini, anche se le prove sono insufficienti per un processo.

Chi sparla dei CIE italiani (impossibile: la realtà supera ogni descrizione) si metterà le mani nei capelli leggendo quest'articolo illustrato che descrive e mostra i loro equivalenti israeliani; e mentre nei CIE uno non ci può stare più di 18 mesi (grazie, UE!), in questi campi d'internamento nel deserto del Negev uno ci può stare tre anni se non è sospetto di crimini, per sempre se è sospettato.

L'articolo prende ad esempio un profugo eritreo: l'Eritrea è dominata da una delle peggiori dittature del mondo, e quando le autorità israeliane hanno dovuto riconoscere che quel profugo avrebbe rischiato la pelle se fosse stato rimandato in patria, gli hanno dato una carta di soggiorno a tempo indeterminato, ma non lo status di rifiugiato.

E quando questi ha litigato con un vicino, e la polizia lo ha convocato, essa, non trovando le prove per incriminarlo, ha pensato bene di obbedire alla circolare del Ministero dell'Interno e mandarlo a Saharonim - uno di quei campi d'internamento nel deserto.

L'autore dell'articolo nota innanzitutto che qui la polizia si sta arrogando il ruolo del giudice, cosa che nel migliore dei casi va contro il principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), nel peggiore stabilisce un pericoloso precedente che potrebbe essere usato non più soltanto contro gli immigrati irregolari o clandestini (per definizione, non ebrei, in quanto un ebreo può immigrare in Israele come e quando vuole, salvo casi estremi), ma anche contro altre minoranze  o persone scomode nel paese.

L'autore dell'articolo nota ironicamente che, se si applicasse quella circolare anche ai politici israeliani, pure il Ministro della Giustizia Yaakov Neeman (incriminato e poi assolto) ed Aryeh Deri (il mentore politico dell'attuale Ministro dell'Interno Eli Yishai, condannato e scarcerato al termine della pena) prenderebbero la tintarella nel deserto fino alla fine dei loro giorni.

Ma che ci si può aspettare da un governo con Eli Yishai, che fa apparire Roberto Maroni una dama di carità (vedi qui)?

Raffaele Ladu

lunedì 3 dicembre 2012

Divorzio gay in Israele

http://www.haaretz.com/news/national/court-grants-divorce-to-gay-couple-for-first-time-in-israeli-history.premium-1.481951

L'articolo di Haaretz comunica che qualche giorno fa il Tribunale Familiare di Ramat Gan (al confine orientale di Tel Aviv) ha concesso il divorzio ai professori Uzi Even ed Amit Kama, ed ha ordinato al Ministro dell'Interno di registrare i due signori come "divorziati".

Si tratta del primo divorzio di una coppia gay (sposata all'estero) in Israele, ed il precedente è estremamente significativo anche per le coppie etero; infatti in Israele non esiste il matrimonio civile, e chi non vuole sposarsi con rito religioso va all'estero e chiede la trascrizione del matrimonio al Ministero dell'Interno - questo stratagemma funziona anche per le coppie lesbiche e gay, perché la Corte Suprema ha ritenuto che sarebbe stato discriminatorio farlo funzionare solo per le coppie etero.

Ma il divorzio? I tribunali religiosi ovviamente si rifiutano di sciogliere matrimoni non religiosi, figuriamoci quelli arcobaleno; ma il tribunale ha ripreso la sentenza con cui la Corte Suprema aveva ordinato al Ministero dell'Interno di registrare cinque matrimoni arcobaleno contratti in Canada, osservando che sarebbe umanamente assurdo (e contrario al diritto israeliano) sposare una coppia per fare del loro matrimonio una prigione da cui non si può uscire - quindi occorreva concedere alla coppia il divorzio.

Le coppie etero sposate all'estero potranno approfittare della sentenza per ottenere il divorzio dai tribunali statali israeliani - è la prima tappa di un processo che potrebbe infine portare all'istituzione del matrimonio e del divorzio civile per tutti in Israele.

Chi ha detto che le conquiste del movimento LGBT nuocciono alle famiglie etero?

Raffaele Ladu

venerdì 30 novembre 2012

Una vittoria per la pace

Il 29 Novembre 1947 la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU approvò la spartizione della Palestina sotto mandato inglese in uno stato ebraico (che il 14 Maggio 1948 avrebbe proclamato l’indipendenza assumendo il nome di Medinat Yisrael = Stato d’Israele) ed uno stato arabo (che non è mai nato).

Il 29 Novembre 2012, 65 anni dopo, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato il cambiamento della Palestina da semplice “Osservatore” a “Stato Osservatore non membro” [il testo ancora non ufficiale della risoluzione, il commento del Segretario Ban Ki Moon], diventando quasi il “certificato di nascita” dello stato palestinese.

L’atteggiamento del movimento LGBT nei confronti di Israele e Palestina corrisponde a quello di gran parte dell’opinione pubblica mondiale: i palestinesi sono oppressi dagli israeliani, e gli israeliani debbono smetterla; l’argomentazione proposta da molte persone legate alla destra israeliana secondo cui la nascita di uno stato palestinese significherebbe regalare uno stato all’omofobia non né credito né senso.

Non ha credito perché, appunto, il movimento LGBT sostiene i palestinesi e la loro ambizione ad uno stato che debba esistere accanto allo stato d’Israele (evito accuratamente la locuzione “stato ebraico”, perché per buona parte degli israeliani “ebraico” è lo stato che privilegia gli ebrei e discrimina i non ebrei, non semplicemente uno stato in cui la maggior parte degli abitanti è ebrea e si vuol creare una versione ebraica della civiltà contemporanea); non ha senso perché non è mai accaduto che l’omofobia fosse un motivo per impedire ad uno stato di esistere – nemmeno l’Italia meriterebbe di esistere, usando questo metro di giudizio.

L’omofobia palestinese è un problema che dovrà essere affrontato (così come l’antisemitismo palestinese) – ma non si deve pensare che il perdurare dell’occupazione israeliana della Palestina renda alle persone LGBT del luogo la vita più facile, anzi: è stato notato che dal 2000 i servizi segreti israeliani ricattano i palestinesi gay per costringerli a fare le spie (vedi qui), per cui un palestinese gay, prima ancora di essere considerato un “pervertito”, viene sospettato di essere una spia israeliana.

Né lo stato d’Israele è particolarmente generoso verso le persone LGBT che non sono ebree: un ebreo può immigrare in Israele e diventare cittadino israeliano quando vuole, senza bisogno di documentare altro che il proprio essere ebreo; ma per chi non è ebreo stabilirsi in Israele è un colossale problema, tanto è vero che dal giorno della sua nascita Israele è il paese del mondo meno generoso nel concedere asilo politico.

Secondo quest'articolo (pubblicato su un giornale di destra), tra il Gennaio 2008 ed il Maggio 2011, Israele ha approvato solo 9 (diconsi “nove”) domande di asilo politico su diverse migliaia; la Clinica per i Diritti del Profugo della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Tel Aviv ha scritto un documento abbastanza feroce in proposito.

Il ministro dell’interno israeliano Eli Yishai ritiene la campagna contro gli “infiltrati” della stessa gravità di quella condotta da Netanyahu contro il nucleare bellico iraniano – questo minaccia l’esistenza fisica dello stato d’Israele, quelli la sua identità come stato ebraico. E la legislazione e la giurisprudenza israeliane sull’immigrazione sono più feroci di quelle italiane, ad onta del precedente governo Berlusconi.

Queste persone e questi comportamenti sono un prodotto dell’occupazione: le uniche persone disposte ad opprimere un popolo per 45 anni sono quelle pronte a dividere il mondo in “noi” e “loro”, “eletti” e “reietti”, ed a pretendere che le regole della civile convivenza siano pervertite a favore della loro causa.

La fine dell’occupazione non restituirà solo la dignità ai palestinesi, ma stabilizzerà inoltre la democrazia israeliana; se Israele ha dovuto incassare quella che è una sonora sconfitta, anche se soprattutto simbolica, è perché nessun paese al mondo ormai si fida più della volontà del governo israeliano di por fine all’occupazione.

E qualche giorno prima della risoluzione ONU ci sono state le primarie del Likud, il partito di Benyamin Netanyahu ed Avigdor Liberman, in cui hanno vinto a man bassa gli estremisti di destra, ed è stato candidato alla Knesset (il parlamento israeliano) Moshe Feiglin, un gaglioffo a cui la Gran Bretagna ha vietato di metter piede nel proprio paese per istigazione all’odio razziale - il giorno in cui la Gran Bretagna sottoscriverà gli accordi di Schengen, il bando si estenderà automaticamente a tutti i paesi membri!

Obama ha voluto dimostrare agli israeliani che il suo paese è sempre dalla loro parte, ma l’UE, oltre ad imporre alle imprese israeliane che si trovano nei territori occupati di marchiare la provenienza delle loro merci in modo da distinguerle da quelle prodotte aldiquà della Linea Verde, sta creando un elenco dei coloni particolarmente virulenti ai quali vietare l’ingresso nell’UE.

Abba Eban diceva che i palestinesi non perdevano occasione di perdere l’occasione; ora sarebbe costretto a dir questo dei suoi compatrioti, perché occasioni di chiudere il conflitto in condizioni migliori di oggi Israele ne ha avute tante, ed ora si trova costretto a ricominciare le trattative in condizioni di sempre maggiore isolamento.

È un bene che l’Italia abbia votato sì a questa risoluzione ONU; col precedente governo Berlusconi, che voleva compensare la compressione dei diritti civili delle minoranze con l’investitura da parte di un sempre più screditato governo israeliano, probabilmente ci saremmo limitati all’astensione, come la Germania, che ha comprensibilmente sempre paura di far la figura dell’antisemita.

Raffaele Ladu

sabato 2 giugno 2012

Eyes Wide Open

L'amore omosessuale c'è ovunque...anche dove non vi immaginereste.
MILK Open House vi consiglia la visione del film:

Eyes Wide Open 

Nel mese di giugno Arcigay Pianeta Urano Verona vi propone, al Milk Center (via Nichesola 9), una rassegna speciale dedicata al tema dell'omosessualità nel mondo ebraico, fra storie d'amore tormentate vissute in ambienti ultraortodossi, e pertanto ostili, ed esempi illustri di uomini di cultura che con la propria doppia appartenenza alla comunità lgbt e alla religione ebraica hanno saputo convivere. Inizieremo venerdì 15 giugno 2012 a partire dalle ore 21.30 con Eyes Wide Open, opera prima del regista israeliano Haim Tabakman e presentato al Festival di Cannes nel 2009: l'irruzione di una travolgente passione omosessuale nella vita di Aaron, sposato con quattro figli e profondamente credente, e le conseguenze disastrose in termini di sensi di colpa e nei rapporti con la società.

 Info: daniele@arcigayverona.org; 346.9790553; Facebook, pagina Pianeta Urano Cinema e Cultura