venerdì 7 giugno 2013

Tre articoli su ebraismo ortodosso, terapie riparative ed omosessualità

[0] http://milk-open-house.blogspot.it/2013/06/e-dio-creo-i-gay.html

[1] http://www.rabbis.org/news/article.cfm?id=105723

[2] http://www.jewishjournal.com/opinion/article/a_more_modern_view_of_homosexuality

[3] http://morethodoxy.org/2012/01/11/homosexuals-in-the-orthodox-community-by-rabbi-zev-farber/

Traducendo l’articolo [0] mi sono imbattuto negli articoli [1], [2] e [3]; [1] è una dichiarazione del Consiglio Rabbinico d’America, l’associazione dei rabbini ortodossi americani, che il 29 Novembre 2012 ha dovuto prendere atto che le terapie riparative sono inefficaci; in [2] la dichiarazione viene commentata da un famoso rabbino ortodosso, Yosef Kanefsky.

Questi ha osservato due cose: la prima è che il Consiglio Rabbinico d’America ha scaricato JONAH (un'associazione che propugna le terapie riparative) dopo che alcune persone che sono finite tra le sue grinfie le hanno fatto causa (il che vuol dire che, se JONAH perde la causa, cosa abbastanza probabile, anche il Consiglio Rabbinico d’America rischia di venir salassato, in quanto le vittime di JONAH potrebbero argomentare: “Chi ci ha consigliato, per non dire imposto, di gettarci tra le fauci del lupo?”), la seconda che questa presa di posizione segna la fine del modello medico dell’omosessualità anche nell’ambito religioso ebraico.

Se questo modello ha fatto uscire le persone omosessuali dalla categoria dei peccatori, imponeva però loro di cercare una “cura” per la loro condizione; poiché però i medici, quelli veri e seri a cui consiglia di rivolgersi il Consiglio Rabbinico d’America, si rifiutano ormai di trattare l’omosessualità come una malattia, anche i rabbini ne hanno dovuto prendere atto – cosa di cui non sono capaci persone del calibro di Tony Anatrella, che vaneggiano di cospirazioni degne dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”.

La soluzione che rav Kanefsky propone è quella di considerare l’omosessualità un teyku, ovvero un problema che non può trovar soluzione con mezzi umani – ciò consente ad ognuno di continuare a sostenere la propria opinione, ma non di usarla come un’arma.

[3] È un interessante articolo indipendente dai precedenti - peccato che nessuno dei tre superi l’eteronormatività.

Traduciamo:

[1 - inizio]

Presa di posizione del Consiglio Rabbinico d’America (RCA) su JONAH (Jews Offering New Alternatives to Homosexuality = Ebrei che offrono nuove alternative all’omosessualità)

29 Novembre 2012. Negli anni seguiti al primo commento del Consiglio Rabbinico d’America (RCA = Rabbinical Council of America) su JONAH (Jews Offering New Alternatives to Homosexuality = Ebrei che offrono nuove alternative all’omosessualità), “l’unica organizzazione d’impronta ebraica dedicata ad aiutare gli individui con un’indesiderata attrazione verso le persone del medesimo sesso a passare da gay ad etero” del Gennaio 2004, in cui suggerivamo che i rabbini avrebbero potuto indirizzare loro i membri della loro congregazione per una terapia riparativa, sono state sollevate molte perplessità su JONAH e le terapie riparative.

Come rabbini formati nella legge e nei valori ebraici, noi basiamo le nostre posizioni religiose sulle questioni mediche sulla miglior ricerca ed il miglior consiglio degli esperti e dei dotti in quest’area, insieme con la preoccupazione per il benessere religioso, emotivo e fisico di coloro su cui si riverberano le nostre decisioni. La nostra responsabilità è quella di applicare i valori halakhici (della legge ebraica) a queste opinioni.

Sulla base di una consultazione con un’ampia gamma di esperti della salute mentale e di terapeuti, che ci hanno informato della mancanza di studi scientificamente rigorosi a sostegno dell’efficacia delle terapie per cambiare l’orientamento sessuale, una rilettura della letteratura scritta dagli esperti e dalle principali organizzazioni mediche e della salute mentale, e sulla base dei resoconti delle conseguenze negative ed alle volte deleterie per i clienti di alcuni degli interventi propugnati da JONAH, il Consiglio Rabbinico d’America decise nel 2011, come parte di una complessiva presa di posizione sull’atteggiamento ebraico verso l’omosessualità, di ritrattare la lettera originale che faceva riferimento a JONAH. Ad onta di numerosi tentativi dell’RCA di avere la lettera rimossa dal sito web di JONAH, le nostre telefonate, le nostre lettere e le nostre email non hanno avuto risposta. Come ha affermato nel 2011 rav Shmuel Goldin, presidente dell’RCA: “La vogliamo rimossa. JONAH disse che era una lettera di sostegno, ma se la leggete, non lo è. Loro hanno preso un comunicato informativo e lo hanno ristampato, ed usarlo come un avallo è un errore”.

Noi crediamo che dei professionisti della salute mentale correttamente preparati che rispettano i valori e l’etica delle loro professioni possano fare la differenza nelle vite dei loro pazienti e clienti. L’RCA pensa che dei terapeuti responsabili, alleati con dei clienti cooperativi, dovrebbero essere capaci di operare su qualsiasi problema codesti clienti portino volontariamente in terapia. Le accuse rivolte a JONAH ci fanno dubitare che JONAH rispetti questi standard.

Rav Dott. Norman Lamm, Cancelliere della Yeshiva University ed autore dell’articolo pubblicato nell’Annuario 1974 dell’Encyclopaedia Judaica, intitolato “Judaism and the Modern Attitude to Homosexuality = L’ebraismo e l’atteggiamento moderno verso l’omosessualità”, il primo articolo contemporaneo ad affrontare la questione dal punto di vista della legge e della filosofia ebraica, aveva in origine lodato l’opera di Jonah. In risposta ai resoconti negativi verso l’attività di JONAH, ed alle riserve espresse a lui da rispettabili professionisti della salute mentale, il Dr. Lamm ha revocato il suo avallo a JONAH.

(…)

[1 – fine]

Quand’è che anche gli omofobi cristiani faranno la stessa cosa? Ora vi traduco il commento che ne ha dato rav Yosef Kanefsky [2]:

[2 – inizio]

5 Dicembre 2012

Una più moderna visione dell’omosessualità

La comunità Ortodossa Moderna americana è appena entrata in un territorio di cui non ha la mappa. La settimana scorsa, la nostra maggiore organizzazione rabbinica, il Consiglio Rabbinico d’America (RCA) ha formalmente revocato il suo sostegno a JONAH (Ebrei che offrono nuove alternative all’omosessualità). JONAH è stata a lungo il riferimento della comunità ortodossa per le terapie riparative, un processo che intende curare le persone delle proprie attrazioni omosessuali e sostituirle con attrazioni eterosessuali. Le cause civili appena annunciate contro JONAH da parte di quattro suoi ex-clienti, che accusano JONAH sia di frode che di abusi, sembrano essere state l’ultima goccia per l’RCA.

A stretto rigore, il comunicato dell’RCA scarica solo JONAH. Infatti, dice: “Noi crediamo che dei professionisti della salute mentale correttamente preparati che rispettano i valori e l’etica delle loro professioni possano fare la differenza nelle vite dei loro pazienti e clienti [e che questi professionisti] dovrebbero essere capaci di operare su qualsiasi problema [i loro] clienti portino volontariamente in terapia”. Ovviamente, questo è corretto. Ma il riconoscimento in questo comunicato della “mancanza di studi scientificamente rigorosi a sostegno dell’efficiacia delle terapie per cambiare l’orientamento sessuale” rappresenta un salto di paradigma. È un rifiuto della premessa fondamentale su cui si basano JONAH e tutte le terapie riparative, ovvero che l’orientamento sessuale può cambiare e che ogni cliente che si impegni abbastanza può diventare etero. Questo può non apparire una rivelazione a molti lettori. Ma con questo comunicato dell’RCA, la comunità Ortodossa Moderna è entrata in un mondo completamente nuovo.

Ogni discussione sulle sue possibili implicazioni pratiche deve basarsi su una comprensione – ed una valutazione – del contesto da cui è emersa. Chiunque di noi sia cresciuto nelle istituzioni Ortodosse negli anni ’80 od anche prima sa per diretta esperienza che dell’omosessualità, in particolar modo di quella maschile, si parlava con disgusto e raccapriccio, e che gli insulti agli omosessuali erano de rigueur. (Va detto, a nostra difesa, che ovviamente la società nel suo complesso non è che fosse molto diversa). Ed anche mentre si svolgevano le campagne per i diritti dei gay ed il riconoscimento dei gay, l’Ortodossia è rimasta in gran parte immobile ed immutata. Ci fu solo un serio tentativo di affrontare l’argomento in quel periodo, e fu il saggio scritto da rav Norman Lamm nel 1974, saggio che, pur utilizzando un linguaggio che nel contesto attuale è offensivo, prese l’iniziativa senza precedenti di distinguere tra il “peccato” ed il “peccatore”, affermando che, “mentre l’atto in sé rimane un abominio, il fatto della malattia ci impone l’obbligo della compassione pastorale, della comprensione psicologica, e della simpatia sociale”.

Sebbene indubbiamente, e per buone ragioni, le parole di rav Lamm suscitino ira, dolore e risentimento in molti lettori contemporanei, comprendere perché egli le usò è cruciale per capire il vero significato e le vere implicazioni degli sviluppi della settimana scorsa. Il paradigma della “malattia” per spiegare l’omosessualità (che era, a dire il vero, anche il paradigma dell’American Psychological Association fino al 1973, l’anno precedente) era la chiave di volta giuridica e teologica dell’argomentazione di rav Lamm e dell’Ortodossia. Giuridica perché consentiva di ricorrere alla categoria giuridica della “trasgressione per compulsione”, categoria che richiede un giudizio più generoso. Teologica in quanto forniva una risposta all’enigma di Dio, onnisciente, giusto e gentile, che non poteva certo proibire ciò a cui non si poteva umanamente resistere. Finché l’omosessualità era una malattia, l’incapacità di una persona di resistere alle sue tentazioni non doveva più essere addebitata ad un’insufficienza divina, ma ad una sfortunata insufficienza umana. Inutile dire che il paradigma della “malattia” portava inesorabilmente all’obbligazione di cercare una cura. E mentre la parte più moderna dello spettro Ortodosso cominciò già anni fa a stare alla larga dalle terapie riparative – vedi ad esempio il documento del Luglio 2010 “Statement of Principles on the Place of Jews With a Homosexual Orientation in Our Community = Dichiarazione di principi sul posto degli ebrei con orientamento omosessuale nella nostra comunità” – il centro continuava ad insistere su questo (vedi ad esempio il documento del 2011 “Declaration on the Torah Approach to Homosexuality = Dichiarazione sull’Approccio della Torah all’Omosessualità” [a quest’ultimo documento io, Raffaele Ladu, ho abbozzato una risposta qui]).

La dichiarazione dell’RCA però, quietamente, intrepidamente e coraggiosamente esplora un terreno nuovo. Riconoscendo che non c’è prova che la terapia riparativa sia efficace, e perciò non c’è obbligo di perseguirla, la nostra comunità sta riconoscendo che l’omosessualità potrebbe semplicemente essere parte della condizione umana. Allo stesso modo, noi abbiamo deciso che gli omosessuali non dovranno più pagare il prezzo psicologico, emotivo e pure fisico del nostro comfort teologico. Noi abbiamo in effetti dichiarato che questa questione teologica è un teyku, una di cui tuttora occorre trovare la risposta. Ma una che, nel frattempo, non ci impedirà di vedere le verità umane davanti ai nostri occhi.

Non è realistico attendersi che l’Ortodossia un giorno riconosca le relazioni omosessuali come uguali a quelle eterosessuali, od autorizzi il matrimonio gay, o addirittura abbandoni l’idea che il sesso gay sia una trasgressione della legge biblica. Le credenze di base dell’Ortodossia sulla divina origine della Torah e sull’autorità dell’halachah (la legge ebraica tradizionale) impediscono sviluppi siffatti. In altre parole, se la Torah dichiara proibita una particolare azione, non è in nostro potere dire altrimenti. Ma noi possiamo guardare agli atti omosessuali allo stesso modo in cui guardiamo ad altre forme di trasgressione, come facciamo, ad esempio, con la trasgressione della kashrut, sia nel senso che non implica un’accusa di immoralità [perché violare la kashrut non nuoce a nessun essere umano – NdR], che nel senso che non ci impedisce di avere una normale relazione familiare con qualcuno. Lo spostamento dalla “comprensione” di rav Lamm al riconoscimento dell’RCA della realtà dell’orientamento sessuale può e deve portarci in un luogo in cui noi possiamo accettare i nostri amici, figli e fratelli per quello che sono, offrire loro la dignità ed il rispetto che ogni persona merica, ed amarli come i nostri.

Nella nostra comunità, è un mondo completamente nuovo.

[2 – fine]

Il terzo articolo è interessante, ma fa pagare ai bisessuali il dazio dello sdoganamento degli omosessuali. Per questa volta, pazienza!

[3 - inizio]


[postato l’11 Gennaio 2012]
Gli omosessuali nella comunità Ortodossa – di rav Zev Farber

Rav Zev Farber è stato ordinato (yoreh yoreh [ordinazione e diploma di 1° livello] e yadin yadin [diploma di 2° livello]) dalla Scuola Rabbinica dell’YCT. È il fondatore di AITZIM (Atlanta Institute of Torah and Zionism = Istituto di Atlanta per la Torah ed il Sionismo) – un’iniziativa di educazione degli adulti. Rav Farber fa parte del Consiglio Direttivo dell’International Rabbinic Fellowship (IRF) ed è il coordinatore del loro Vaad Giyyur [Consiglio sulle Conversioni]. È anche un dottorando alla Emory University’s Graduate Division of Religion.


Introduzione

Poche questioni sociali che la comunità ebraica ortodossa deve affrontare sono tanto emotivamente cariche come quella del posto degli omosessuali, e specialmente la tormentosa questione del posto delle coppie e delle famiglie omosessuali nella sinagoga e nella comunità. Molti rabbini non sanno che suggerire ad un ebreo ortodosso gay che cerca una guida.

Una volta ho suggerito ad un collega il seguente esperimento mentale: “Se, per qualche ragione, divenisse chiaro che la Torah ti vietasse di sposarti o di aver mai una soddisfacente relazione intima, che faresti?” La mia risposta sarebbe: “Sebbene una parte di me spera che io sia capace di seguire il dettato della Torah, averi dei seri dubbi sulla possibilità di riuscirci, ed ho fiducia che i miei amici e colleghi mi sosterrebbero comunque.”


Non è un problema morale

Sfortunatamente, molta della retorica che tradizionalmente circonda l’omosessualità sembra derivare da una confusione di categorie. Per l’ebreo ortodosso credente, un incontro omosessuale è una trasgressione religiosa, simile al mangiare gamberetti od al guidare di sabato. Non è una trasgressione morale, simile al violentare le donne od al frodare negli affari. Molta della retorica sull’omosessualità sembra focalizzarsi su un discorso morale, e sento che questo è un grave errore.

Sebbene la polemica che circonda l’omosessualità abbia assunto varie forme nel corso degli anni, la forza motrice dell’attuale polemica è il cambiamento nella visione dell’omosessualità e le sue cause. Nel passato, il più forte argomento contro l’omosessualità era che questo comportamento era “deviante” e l’atto “innaturale”. L’ultima affermazione è intrinsecamente falsa, dacché in realtà il fenomeno si riscontra in natura. L’affermazione che il comportamento è deviante è vero solo nel senso che, dal punto di vista statistico, devia dalla norma, ma dire che una persona ha un orientamento sessuale minoritario di per sé non è una critica dal punto di vista morale.

La differenza genera paura, specialmente quando la differenza è dura da capire. È difficile per molti etero immaginare che sarebbe possibile per una persona mancare di ogni attrazione ai membri del sesso opposto. È ancora più difficile per un etero raffigurarsi attratto dai membri del proprio sesso. Questa può essere una ragione per cui, per secoli, era la norma un atteggiamento di disprezzo, perfino di attacco, verso gli omosessuali.

Un esempio eccellente, ma triste, di questo è una lettera di rav Moshe Feinstein scritta nel 1976 (Iggrot Moshe OH 4:115), in cui egli tratta l’attività omosessuale come una qualsiasi altra scelta. La lettera è diretta ad un giovane omosessuale che chiedeva a rav Feinstein qualche suggerimento che lo aiutasse a controllare le sue pulsioni. Rav Feinstein ci ha anche provato, informandolo che non esiste proprio una cosa come il desiderio omosessuale. La Natura impone, scrisse rav Feinstein, che le persone siano attratte dai membri dell’altro sesso e non dai membri del proprio. Pertanto, l’unica spiegazione per il comportamento omosessuale era un’espressione di ribellione contro Dio. Se solo uno riuscisse a controllare la propria rabbia contro Dio, uno potrebbe vivere una “normale” vita eterosessuale. Ora noi sappiamo che questa non è affatto un’accurata descrizione del desiderio omosessuale, ma le opinioni di rav Feinstein erano tipiche della sua era, e non poteva certo pensarla diversamente.


La Dichiarazione e l’Affermazione

La differenza tra la natura del discorso negli anni ’70 ed il discorso contemporaneo è chiaramente dimostrata nella recente Dichiarazione abbozzata dalle comunità Ortodosse di destra e centro-destra, e firmata da oltre 150 rabbini, leader laici e professionisti della salute mentale di codeste comunità ( http://www.torahdec.org [la mia risposta si trova qui]).

La dichiarazione ha creato in me un conflitto di sentimenti. Dopo aver ribadito la natura proibita dell’incontro omosessuale, la Dichiarazione afferma inequivocamente che l’omosessualità è un disturbo curabile e psicologico – non genetico, non ormonale. Istruisce la comunità ortodossa a trattare gli omosessuali con gentilezza, mentre li indirizza verso una terapia riparativa.

In parte, sono stato sollevato. La Dichiarazione usava espressioni come “amore, sostegno ed incoraggiamento” come descrizioni di come le persone ortodosse dovrebbero sentirsi a proposito degli omosessuali nelle loro comunità. È un’enorme differenza rispetto alla bellicosa omofobia che molti ormai si aspettano dai gruppi religiosi fondamentalisti.

D’altro canto, sono stato anche molto turbato. La Dichiarazione propugna con forza la terapia riparativa o di conversione, una pratica pseudoscientifica e screditata dal punto di vista medico che molti professionisti ritengono pericoloso; l’American Psychological Association arriva a dire che ogni terapeuta che fa uso della terapia riparativa viola il Giuramento di Ippocrate.

La Dichiarazione inoltre sostiene che l’omosessualità dev’essere tanto psicologica che curabile, dacché Dio non può essere tanto crudele da creare persone con desideri omosessuali e proibir loro di soddisfarli – un argomento teologicamente dubbio, a dir poco. Mi azzardo a dire che chiunque sia o conosca qualcuno che soffre di una delle innumerevoli gravi malattie incurabili sarebbe sorpreso dall’affermazione che Dio non creerebbe mai una persona con un assetto biologico capace di rovinarne la vita.

La Dichiarazione sembra essere una reazione all’“Affermazione di Principi” sull’omosessualità firmata da 200 rabbini ortodossi, nonché leader comunitari, di centro e tendenti a sinistra l’anno prima. Stranamente, l’“Affermazione di Principi” di sinistra, sebbene assai più sofisticata e sfumata della recente Dichiarazione, ha molto in comune con essa.

L’Affermazione di Principi, come la Dichiarazione, riafferma la natura proibita dell’incontro omosesuale. Al contrario della Dichiarazione, ammette che l’omosessualità possa essere geneticamente e/o ormonalmente determianta, e prende atto che la terapia riparativa può essere una frode ed anche pericolosa. L’Affermazione, come la Dichiarazione, chiede alla comunità ortodossa di trattare gli omosessuali con amore e rispetto. D’altro canto, l’Affermazione chiede agli ebrei ortodossi gay di vivere da celibi. Anche se invoca comprensione per chi non vive da celibe, l’Affermazione suggerisce che se questi ebrei omosessuali dichiarano pubblicamente il loro stile di vita – e l’Affermazione sancisce il loro diritto ad esserlo – sarebbe prerogativa di una sinagoga o comunità ortodossa di non accettarli o conferire loro cariche ed onori.

Anche se apprezzo il tentativo di entrambi i gruppi di far sentire gli omosessuali meglio accolti nella nostra comunità e smorzare I toni dell’agguerrita omofobia, entrambi i documenti, secondo me, non ci riescono. Sin da quando mi sono rifiutato di firmare l’Affermazione – un documento di cui condivido fortemente lo scopo e che è stato articolato e firmato da molti buoni amici e mentori – ho pensato molto alla relazione del mondo ortodosso con gli ebrei omosessuali, sia quelli sessualmente attivi che quelli celibi, e su cosa bisogna “dichiarare” od “affermare” su di loro.


La necessità della comprensione e la sfida dell’empatia

Per gli ebrei omosessuali che vogliono vivere una vita ebraica ortodossa ed integrarsi nella comunità ortodossa, si richiede molta empatia da parte della comunità ortodossa eterosessuale, specialmente da parte dei rabbini. I firmatari sia della Dichiarazione che dell’Affermazione sono in prevalenza, e forse nella totalità, eterosessuali. Molti sono sposati con figli, come me. Le nostre famiglie si riuniscono per i pasti del Sabato e celebrano gli eventi del ciclo di vita in sinagoga. Molti di noi ricevono l’approvazione della comunità per essere sposati e per essere dei bravi coniugi. Abbiamo delle relazioni intime amorevoli e soddisfacenti a casa. Per noi la vita è piuttosto facile.

È una grande sfida per gli ebrei ortodossi gay internalizzare davvero la dissonanza inerente al mondo psichico degli ebrei ortodossi gay. Come tutti gli ebrei ortodossi impegnati in una vita di osservanza ebraica e della Torah, gli uomini e le donne ebree ortodosse omosessuali vogliono partecipare pienamente alla loro comunità. Loro vogliono venire in sinagoga e consumare i pasti del Sabato con i loro amici. Eppure, il testo centrale della loro comunità – un testo che amano e venerano – proibisce uno dei loro impulsi più fondamentali, senza lasciar loro alternativa praticabile.


Chiedere l’impossibile

Nel documentario Trembling before God, rav Nathan Cardozo afferma coraggiosamente: “Non è possibile che la Torah si metta a chiedere ad una persona di fare ciò di cui non è capace. Dal punto di vista teorico, sarebbe meglio per l’omosessuale vivere una vita da celibe. Ma rispondo con un solo argomento: è completamente impossibile. Non funziona. La forza umana della sessualità è tanto grande che non si può fare.”

Quello che chiediamo alla comunità ortodossa omosessuale è impossibile. È semplicemente irrealistico chiedere od aspettarsi che degli adulti normali restino celibi e rinuncino all’esperienza emotivamente appagante e vitale di una relazione intima che gli uomini e le donne etero danno per scontate.


Oness Rahmana Patrei

Il mio approccio alla materia è che la comunità ortodossa dovrebbe adottare il criterio dell’“oness rahmana patrei” – Il Misericordioso non bada a quello che una persona non può controllare. Questo era stato suggerito per la prima volta da rav Norman Lamm nell’Annuario 1974 dell’Encyclopaedia Judaica e credo che questo principio debba essere la base per formulare una risposta ortodossa aperta alle molte sfide dell’accettare ed integrare gli omosessuali nella nostra comunità.


Breve analisi halakhica

Il principio dell’ oness rahmana patrei origina in un caso in cui l’atto in questione era fisicamente fuori dal controllo della persona. Cionostante, il Talmud la applica ad un caso in cui una persona adora gli idoli per salvarsi la vita (b. Avodah Zarah 54a). Molti commentatori medievali si chiedono perché un caso simile dovrebbe essere considerato oness, dacché una persona può sempre accettare la morte piuttosto che violare così la legge ebraica. Una risposta a questo interrogativo è stata che una persona che viola una regola della Torah per salvarsi la vita è emotivamente costretta a farlo, e questa costrizione è una forma di oness. Io sosterrei che gli ebrei ortodossi gay, che cercano sinceramente il medesimo genere di soddisfacenti relazioni intime che gli ebrei eterosessuali danno per scontate, subiscono la stessa forma di costrizione emotiva. [1]

L’oness rahmana patrei è stata applicata nel corso degli anni a diversi casi nell’halakha, dal permesso di non trasferirsi in Israele per timore dei pericoli del viaggio (Noda bi-Yehuda Tanina, EH 102), alla donna che rifiuta di avere rapporti intimi con il marito perché lo trova repellente (Tosafot Rid, Ketubot 64rav Avraham Isaac Kook in Ezrat Kohen 55). Due precedenti in particolare ci servono come importanti analogie.

Il primo è che molte autorità halakhiche trattano il suicidio come un atto di oness, commesso sotto costrizione, e pertanto fuori dal controllo della persona (vedi, per esempio, Arukh ha-Shulhan YD 345:5; Kol Bo al Aveilut pp. 318-321). Questo sensato approccio halakhico consente alla famiglia di provare ed esprimere il lutto per il loro caro senza doverne infangare la memoria.

Più analogo alla situazione dell’omosessuale è il caso riportato dal Talmud (b. Gittin 38a) di una donna che era schiava solo in parte [perché aveva due padroni, e solo uno l'ha emancipata - vedi b. Gittin 42a], a cui era perciò proibito sposare sia un altro schiavo che un uomo libero. Mancandole uno sfogo religiosamente accettabile, la donna divenne oltremodo promiscua con gli uomini del luogo, ed i rabbini ordinarono al suo padrone di emanciparla in toto, in modo che ella potesse sposarsi. Discutendo questo caso, rav Meshulam Roth (Qol Mevasser 1:25) osserva che la situazione disperata della donna era per lei emotivamente intollerabile, e che il suo comportamento in questo caso dovrebbe essere considerato un caso di oness. Si potrebbe dire che la situazione degli ebrei omosessuali che vogliono seguire l’halakha è ancora più intollerabile. Se loro osservano quest’halakha, non hanno alcuna speranza di trovar mai una relazione intima d’amore.


Un diverso tipo di oness

Uno dei principali argomenti proposti contro l’approccio dell’oness, sin da quando rav Lamm lo suggerì quarant’anni fa, fu che la maggior parte dei casi di ones sono di un’azione puntuale intrapresa sotto costrizione. Questo non varrebbe per gli omosessuali, che, come gli eterosessuali, possono certamente controllare i loro impulsi in ogni momento dato, e ci si aspetta che lo facciano. Però, penso che sia un paragone sbagliato.

Gli impulsi sono controllati dal fattore calmante di sapere che c’è uno sfogo alternativo. Al contrario degli eterosessuali, gli ebrei ortodossi gay non hanno alcuno sfogo halakhicamente accettabile per la necessità umana vitale di relazioni intime, e non l’avranno mai. Questa è la differenza fondamentale tra questo caso di oness e la maggioranza degli altri casi. Uno non può vedere il celibato come un’astinenza di uno o più momenti. L’oness deriva dal peso che si accumula della totalità dei momenti della vita di una persona, ed in questo caso è un peso schiacciante.

Psicologicamente, gli ebrei ortodossi sono di fronte ad una di due opzioni: o essere sessualmente attivi ed isolare codesta trasgressione dalle loro menti consce, od essere celibi e vivere con la consapevolezza che loro non sperimenteranno mai una vera relazione intima. Io credo fermamente che quest’ultima non è affatto un’opzione vivibile per la maggior parte degli adulti, ma una prospettiva debilitante capace di schiacciare una vita. Propugnarla è un esercizio futile.

In verità, gli ebrei ortodossi gay che ricevono il consiglio o la pressione ad essere celibi, o ignorano il consiglio, si “velano”, o lasciano completamente l’ortodossia. Peggio ancora, se il senso di colpa o la dissonanza diventano troppo grandi, possono rivolgersi alla droga, alla promiscuità estrema o addirittura al suicidio. Questo non è affatto quello che vogliamo realizzare. Credo che dobbiamo venire a patti con il fatto che, alla lunga, gli ebrei ortodossi omosessuali non hanno altra scelta che consentirsi di soddisfare l’intenso desiderio di intimità fisica ed emotiva nell’unico modo aperto a loro.


Avvertenza

Certo, dichiarare un’azione oness non la rende halakhicamente consentita; non lo è. Inoltre adottare il principio dell’oness non significa che l’halakha riconosca il qiddushin (matrimonio ebraico) omosessuale – proprio no. Infine, il concetto di oness non copre le persone con una sessualità più fluida: coloro che sono capaci di formare un soddisfacente legame emotivo con i membri del sesso opposto e scelgono di averlo con un membro del proprio sesso non possono essere ragionevolmente ritenuti “costretti”.

Comunque, il concetto di oness si applica a quella percentuale della popolazione per cui l’amore omosessuale è l’unica possibile espressione di intimità emotiva e sessualità. Pertanto, è mia ferma credenza che la comunità ortodossa deve accettare il fatto che ci saranno degli omosessuali non celibi al suo interno, e dovremmo accoglierli.


Considerazioni sociologiche e politiche

Suggerirei inoltre, anche solo per motivi di politica sociale e salute comunitaria, che noi incoraggiamo l’esclusività e la formazione di un vincolo relazionale amorevole e durevole come lo stile di vita ottimale per gli ebrei ortodossi gay che sentono di essere in oness, e non possono essere celibi (e questa è la grande maggioranza). Questo tipo di relazione è la più vicina per carattere alla scelta fatta dalle coppie sposate eterosessuali nella nostra comunità. Le coppie ortodosse gay non dovrebbero essere penalizzate per aver formato una relazione impegnata; certo, i loro figli, naturali o adottati, non lo debbono essere. È obbligo delle sinagoghe di pensare creativamente e con mente aperta a come accomodare queste famiglie, specie quando si tratta di celebrare le feste dei figli.

Certo, se un uomo o donna ebrea omosessuale sente che lui o lei vuol seguire l’halakha ed essere celibe, e si rivolge al rabbino per avere incoraggiamento, il rabbino deve dare a questa persona tutto l’incoraggiamento che lui o lei richiede. Però, nessun rabbino ortodosso dovrebbe sentirsi obbligato a chiedere agli ebrei omosessuali di essere celibi. Per la maggior parte delle persone, questa non è una scelta praticabile, e propugnarla porterebbe a quella persona solo intenso dolore e senso di colpa.


Conclusione

Insomma, non ci dovrebbe essere alcuna penalizzazione sociale nel mondo ortodosso per essere un ebreo omosessuale non celibe. L’incontro omosessuale non è una infrazione morale; è solo la violazione di un divieto religioso, conseguenza inevitabile della strutturazione psicologica e pure fisiologica della persona. Se Dio non bada all’inevitabile, perché dovremmo farlo noi?

Rav Zev Farber, AITZIM,
Atlanta, GA

Note:

[1] Ovviamente, so bene della posizione di Rambam [Maimonide] (Mishneh Torah, Issurei Biah 1:9, Sanhedrin 20:3; vedi anche Maharshal, Yam Shel Shlomo, Yebamot 6:2) per cui l'oness non si applica mai al rapporto sessuale tra uomini perché "ein qishui ella le-da'at", cioè l'eccitazione maschile ha sempre uno scopo. Questa posizione è vigorosamente messa in discussione e dibattuta da diversi Rishonim ed Aharonim (vedi: Tosafot, Yebamot 53b s.v. she-anushu; Ramban [Nachmanide], Yebamot 53b; Rashba Yebamot 53b; Rosh Yebamot 6:1; Maggid Mishna, Issurei Biah 1:9; Kessef Mishna, Sanhedrin 20:3; Radbaz, Deot 4:19, rav Elchonon Wasserman, Qovetz He'arot 59:3). Una completa analisi dell'oness rahmana patrei e della sua applicazione al rapporto omosessuale maschile dovrà attendere una diversa occasione.

[3 - fine]

Raffaele Ladu

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